Lorenzo Gnata, Cosmogonia, veduta della mostra, Gaggenau DesignElementi Hub, Milano, 2025, ph. Francesca Piovesan
Fino al 17 luglio 2025, è possibile visitare la mostra personale di Lorenzo Gnata negli spazi del Gaggenau DesignElementi Hub di Milano. La mostra, Cosmogonia, curata da Sabino Maria Frassà, raccoglie i momenti di un viaggio visivo che parte dal caos e racconta delle moltitudini, degli strati di foglie e dei corpi che plasmano la nuova vita. Cosmogonia, ossia l’origine del cosmo, è un esercizio plastico del divenire, un esempio di sussistenza e coesistenza. «Siamo humus, non Homo, non Antropos; siamo compost, non postumani», scrive Donna Haraway. Ed è proprio qui che le opere di Gnata ci conducono in un mondo fatto di corpi su corpi, corpi che si mischiano a foglie, ricordi che diventano radici, corpi radicali che si trasformano in pensieri.
Le opere creano un nuovo ambiente in cui si plasma un universo circolare, famelico, colmo di segni e figure. Ma questo universo è anche una parete di funghi, un corpo di donna sepolto dalle foglie, un cosmo angolare con creature ai margini e segni volanti. Attraverso disegni leggeri, realizzati con una penna 3D e un filamento organico, l’artista descrive il suo mondo – il nostro mondo – con tratti sottili, segni che si fanno scultura.
Attraverso linee nere, sagome e forme, Lorenzo Gnata, con le sue opere, rende visibili esperienze paniche, percezioni profonde che creano un legame viscerale tra elementi naturali, come le foglie, e quelli umani, come i ricordi, le memorie di donne della sua vita, figure antropomorfe fissate dal tempo e immobilizzate nello spazio.
Ecco il compost! Ecco l’Ophelia di John Everett Millais. Entrando nello spazio, appare una donna distesa, o meglio, il ricordo di una donna. Un velo di foglie ricrea il suo corpo, lo rende visibile, fa emergere quella donna ormai trapassata. È un corpo svanito, morto, un velo cosmico che nutre nuova vita. Siamo humus, siamo la materia che alimenta il mondo. Siamo anche costellazioni, pianeti mangiati e mangianti. Con questa immagine, un grande buco nero invade lo spazio: lo dispone, lo orienta, lo nutre. L’opera, di forte impatto visivo, palesa la circolarità del tempo, il bisogno di fare i conti con l’inizio e la fine. Il cosmo diventa una costellazione di corpi che si nutrono a vicenda, una perturbazione silenziosa che ci ricorda che la morte non è assoluta, ma un momento di opportunità, l’inizio di una nuova vita.
Lorenzo Gnata parte dalle rovine, dal corpo come nutrimento, dalle memorie come materia. Racconta nuovi scenari in cui l’uomo non è più al centro di nulla, dove il caos e il pantano diventano il crogiolo della forma.
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