Flavio Favelli, Le macchine, 2023 (dettaglio)
Dal 12 al 16 aprile, in occasione di miart e Milano Art Week 2023, nello spazio LoroMilano, Flavio Favelli presenta “Le macchine”, un progetto speciale realizzato in collaborazione con Francesca Minini e con il supporto della Fondazione Pietro e Alberto Rossini. Tre grandi opere scultoree, auto d’epoca, una Jaguar, una BMW e una Fiat 500, ritrovate e svuotate, sono diventate l’oggetto del minuzioso lavoro dell’artista, che le ha ricoperte e decorate utilizzando pittura a smalto e inserti di lamiera.
Favelli parla dell’auto come primo e fondamentale simbolo del capitalismo, ancor prima del telefono, usata raramente nell’arte se non su commissione di case automobilistiche. Eppure, densissimo è il valore iconico delle auto, compagne di vita, considerate addirittura “madonne profane”, come è possibile constatare in luoghi vicini a Flavio Favelli, come nella zona di Bologna, definita la Motor Valley. Il processo è partito da un’auto abbandonata, una BMW poliziesca alla “Milano odia: la polizia non può sparare”, prendendo la sua anima aggressiva e trasformandola in gioco e totem.
Serravalle, nascosta nella penombra, è infatti una BMW 316 del 1983, interamente dipinta. L’intera carrozzeria è stata ricoperta da centinaia di adesivi originali degli anni ’70, ‘80 e ’90, precedentemente attaccati sopra una pellicola adesiva. Man mano che la “pelle” di adesivi veniva rimossa, l’immagine degli adesivi è stata replicata sulla carrozzeria. La pittura è quindi diventata la falsa copia di quegli stessi iconici adesivi, dipinti in acrilico. Il nostro Paese, mai ritenuto industriale prima dell’avvento della Fiat, ha visto nelle automobili l’inizio di un’epoca e di una nuova storia. Un’Italia dove il mezzo è diventato fine, il trasporto individuale e l’equazione persona+auto= progresso come conditio sine qua non.
Gran Gala è la scocca dipinta di una Jaguar XJ6 x300 del 1996, appartenuta a una celebre cantante italiana, il cui telaio, nudo e crudo, senza nemmeno un grammo di altri materiali, è dipinto con un motivo razzle-dazzle, in uso nella Prima Guerra Mondiale, rendendo l’auto un residuo glamour che sembra quasi provenire da un altro mondo. Il razzle-dazzle era infatti un sistema di camuffamento caratterizzato da linee intersecanti e figure geometriche, usato per confondere l’osservatore e rendergli arduo percepire la distanza, la velocità e le dimensioni di un oggetto in movimento, come una nave militare.
Infine, la compattissima Prussia, una classica Fiat 500 degli anni ‘70, di colore blu scuro ma ridotta all’essenziale: tolti i vetri, i finestrini e i fanali, dell’auto rimane una sorta di antico scheletro carbonizzato, in cui tutti i “buchi” sono stati successivamente coperti e scuriti completamente con altre lamiere ritrovate.
La pittura su auto di Flavio Favelli mette a nudo il machismo, lo polverizza rendendolo memoria di un culto: il ricordo di un bar di provincia con le foto appese che ritraggono Lamborghini affiancate da Pavarotti. Una strada vuota ormai deserta dove sfreccia una Ferrari in prova. Un abitante degli Emirati Arabi che sogna Imola. La sacra automobile, profanata e resa mero oggetto, diventa con questa mostra quello che è sempre stata per noi italiani: una macchina, termine con cui tutti la chiamiamo. Un mezzo seducente che ci affianca, riflettendo la nostra immagine a sua volta.
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