«Lâarte Ăš un gioco, Ăš piĂč semplice di quello che puĂČ sembrare». Per tutta la vita, Emilio Prini, il piĂč concettuale degli artisti legati al movimento poverista del 1967, ha sviluppato la sua ricerca su questo principio. Fino al 9 febbraio 2020, la Fondazione Merz di Torino omaggia lâartista di Stresa con una grande mostra. Un progetto a cura di Beatrice Merz e Timotea Prini, in collaborazione con lâArchivio Emilio Prini, che vanta piĂč di 40 opere in esposizione.
«Entrambe le famiglie hanno voluto che la mostra venisse ospitata negli spazi della fondazione Merz», commenta Timotea Prini, ideatrice di un progetto quasi spontaneo, scaturito da quel laboratorio di idee che Ú la Fondazione Merz, che racconta un linguaggio sperimentale, a tratti enigmatico, inevitabilmente legato al lavoro di Mario e Marisa Merz: un percorso espositivo ben distante da una canonica retrospettiva.
Mario e Emilio si dicevano diversi: «io sono tondo e tu sei dritto», diceva Mario, anche perchĂ© Emilio amava la filosofia, la letteratura, i giochi: quegli innumerevoli spunti che hanno alimentato le sue sparizioni e assenza. «Sono a Berlino, telefona presto!», scrive Merz su una cartolina del 1973 indirizzata ad Emilio. Mario attendeva Emilio per coabitare lo spazio con lo svolgere di azioni. Ora lâIgloo Ăš al centro della sala. Con Emilio lâIgloo acquisisce un significato diverso. Emilio racconta un vissuto lasciando alcuni oggetti allâinterno dello spazio curvo: una macchina da scrivere o un generatore elettrico, oggetti che diventeranno elementi di riduzione o scomparsa.
Dal 1972 in poi, Emilio Prini inizia a sottrarsi al mondo dellâarte: parliamo di un artista fra piĂč misteriosi indagatori della realtĂ .
«Metteva tutto da parte, non gli interessava cosa avesse fatto prima, bensĂŹ il concetto di tutto. Forse sarĂ stata la mia ingenuitĂ , ma anche a me teneva molti misteri: a lui interessava cosa percepissero gli altri nelle sue opere» â cosĂŹ racconta Timotea Prini, nel ricordare il rapporto che Emilio aveva con lâarte â, la sua relazione intangibile con gli oggetti svuotati dellâostacolo delle forma, per inseguire unâidea transitoria di presenza.
«Faccio un salto verso lâalto», Ăš il suo salto nel vuoto ricco di ironia in La Pimpa II Vuoto, unâannotazione sarcastica che nasconde lâammirazione per Wittgenstein e lâattrazione per IvĂšs Klein. Lâartista riflette a lungo sul ruolo dello standard, quale modello a cui ci si uniforma; studia la spirale e la sequenza numerica di Fibonacci e la formula della sezione aura. Il porticato realizzato attraverso tre aste dalle misure standard, Ăš unâunitĂ , una regola che Ăš fatta per essere infranta: poco lontano, su unâaltra parete, lâasta si contorce come un capello in molteplici onde. Unâazione sovversiva che crea architetture nomadiche, abitabili, attraversata dalla gente, come nelle stampe su carta Formula Standard âNon Standard, 1978; Formula, Roma â LO STANDARD NEL PIENO POSSESSO DELLE PROPRIE ATTIVITĂ DIMENSIONALI Ă INTERO NEL SENSO DEL TERMINE; Il caso âstandardâ, 1967/1978, 4 biglietti.
«Abbiamo pensato di fare una cittĂ , guardando nel suo lavoro, nei suoi fogli, nei libri impilati: ânon devi toccare niente!â, diceva Emilio, non appendeva niente alle pareti. Effettivamente la sua casa assomigliava a un cittĂ : lui era innamorato di De Chirico», aggiunge Timotea Prini. Il rilevamento di un gradino, Gradino Tipo per Porta; Lastra con piega decrescente su un lato (Strada franata); il Muro in curva; la Scala del sottosuolo (Sottopassaggio); Scalee che scendono al fiume (alluvione), sono tutti elementi architettonici parti di una cittĂ metafisica. Arte come ânon azione ma estensione biologica del sĂ©â; arte come âArte vitaâ, cosĂŹ lâartista lâha sempre considerata. Emilio Prini assorbe la natura effimera come segno indistinguibile del suo essere, racconta un tempo in cui i media presagiscono un irrefrenabile cambiamento antropologico. Come nel calco e nella fotografia. Immagini che si ripetono allâinfinito.
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