Emilio Prini, le tracce e le assenze

di - 28 Gennaio 2020

«L’arte è un gioco, è più semplice di quello che può sembrare». Per tutta la vita, Emilio Prini, il più concettuale degli artisti legati al movimento poverista del 1967, ha sviluppato la sua ricerca su questo principio. Fino al 9 febbraio 2020, la Fondazione Merz di Torino omaggia l’artista di Stresa con una grande mostra. Un progetto a cura di Beatrice Merz e Timotea Prini, in collaborazione con l’Archivio Emilio Prini, che vanta più di 40 opere in esposizione.

«Entrambe le famiglie hanno voluto che la mostra venisse ospitata negli spazi della fondazione Merz», commenta Timotea Prini, ideatrice di un progetto quasi spontaneo, scaturito da quel laboratorio di idee che è la Fondazione Merz, che racconta un linguaggio sperimentale, a tratti enigmatico, inevitabilmente legato al lavoro di Mario e Marisa Merz: un percorso espositivo ben distante da una canonica retrospettiva.

Mario e Emilio si dicevano diversi: «io sono tondo e tu sei dritto», diceva Mario, anche perché Emilio amava la filosofia, la letteratura, i giochi: quegli innumerevoli spunti che hanno alimentato le sue sparizioni e assenza. «Sono a Berlino, telefona presto!», scrive Merz su una cartolina del 1973 indirizzata ad Emilio. Mario attendeva Emilio per coabitare lo spazio con lo svolgere di azioni. Ora l’Igloo è al centro della sala. Con Emilio l’Igloo acquisisce un significato diverso. Emilio racconta un vissuto lasciando alcuni oggetti all’interno dello spazio curvo: una macchina da scrivere o un generatore elettrico, oggetti che diventeranno elementi di riduzione o scomparsa.

Emilio Prini, Alieno, 1968

Emilio Prini, artista per sottrazione

Dal 1972 in poi, Emilio Prini inizia a sottrarsi al mondo dell’arte: parliamo di un artista fra più misteriosi indagatori della realtà.

«Metteva tutto da parte, non gli interessava cosa avesse fatto prima, bensì il concetto di tutto. Forse sarà stata la mia ingenuità, ma anche a me teneva molti misteri: a lui interessava cosa percepissero gli altri nelle sue opere» – così racconta Timotea Prini, nel ricordare il rapporto che Emilio aveva con l’arte –, la sua relazione intangibile con gli oggetti svuotati dell’ostacolo delle forma, per inseguire un’idea transitoria di presenza.

«Faccio un salto verso l’alto», è il suo salto nel vuoto ricco di ironia in La Pimpa II Vuoto, un’annotazione sarcastica che nasconde l’ammirazione per Wittgenstein e l’attrazione per Ivès Klein. L’artista riflette a lungo sul ruolo dello standard, quale modello a cui ci si uniforma; studia la spirale e la sequenza numerica di Fibonacci e la formula della sezione aura. Il porticato realizzato attraverso tre aste dalle misure standard, è un’unità, una regola che è fatta per essere infranta: poco lontano, su un’altra parete, l’asta si contorce come un capello in molteplici onde. Un’azione sovversiva che crea architetture nomadiche, abitabili, attraversata dalla gente, come nelle stampe su carta Formula Standard –Non Standard, 1978; Formula, Roma – LO STANDARD NEL PIENO POSSESSO DELLE PROPRIE ATTIVITÀ DIMENSIONALI È INTERO NEL SENSO DEL TERMINE; Il caso “standard”, 1967/1978, 4 biglietti.

Emilio Prini, Studi per prese spinte azioni, 1968

La fascinazione per le parti

«Abbiamo pensato di fare una città, guardando nel suo lavoro, nei suoi fogli, nei libri impilati: “non devi toccare niente!”, diceva Emilio, non appendeva niente alle pareti. Effettivamente la sua casa assomigliava a un città: lui era innamorato di De Chirico», aggiunge Timotea Prini. Il rilevamento di un gradino, Gradino Tipo per Porta; Lastra con piega decrescente su un lato (Strada franata); il Muro in curva; la Scala del sottosuolo (Sottopassaggio); Scalee che scendono al fiume (alluvione), sono tutti elementi architettonici parti di una città metafisica. Arte come “non azione ma estensione biologica del sé”; arte come “Arte vita”, così l’artista l’ha sempre considerata. Emilio Prini assorbe la natura effimera come segno indistinguibile del suo essere, racconta un tempo in cui i media presagiscono un irrefrenabile cambiamento antropologico. Come nel calco e nella fotografia. Immagini che si ripetono all’infinito.

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