Anish Kapoor, "Part of the Red", 1981, mixed media, pigment, 28.3 × 118.1 × 157.5 in. (72 × 300 × 400 cm). Kröller-Müller Museum, Otterlo, The Netherlands. © Anish Kapoor. All Rights Reserved, DACS, London/ ARS, NY 2025
Aprirà domani, 24 ottobre, al Jewish Museum di New York, Anish Kapoor: Early Works, la prima mostra museale negli Stati Uniti interamente dedicata alle opere giovanili dell’artista britannico. L’esposizione, in programma fino al primo febbraio 2026, inaugura anche la riapertura del museo diretto da James Snyder – ex vicedirettore del MoMA e già alla guida dell’Israel Museum –, dopo un ampio progetto di rinnovamento architettonico dell’edificio sulla Fifth Avenue, che ha portato alla creazione di nuovi spazi espositivi e sale per attività collaterali, didattiche e di ricerca.
Dopo un restauro da 14,5 milioni di dollari, la storica dimora Warburg ospita oggi quattro piani di esposizioni: due dedicati alle mostre temporanee – attualmente, quelle di Kapoor e Ben Shahn – e due ai nuovi allestimenti della collezione permanente, che spazia da Marc Chagall a Mark Rothko, da antichi manufatti cerimoniali a opere di artisti contemporanei come Talia Levitt.
Curata da Darsie Alexander e Shira Backer in collaborazione con lo studio dell’artista, la mostra riunisce 55 opere, tra sculture in pigmento, disegni, gouache e taccuini, che restituiscono il momento in cui Kapoor cominciava a delineare il suo caratteristico lessico plastico e concettuale, reinterpretando l’astrazione contemporanea con un personale senso di spiritualità . Era negli anni tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta, che prendeva forma il suo linguaggio, diventato poi riconoscibile per la sintesi di rigore minimalista e tensione al vuoto, in un rapporto costante tra materia e assenza.
I lavori in mostra rivelano la fascinazione di Kapoor per i colori puri e i pigmenti sciolti, che si depositano sulle superfici e migrano sui pavimenti e le pareti. Accanto a queste opere storiche, la mostra include alcune sculture più recenti realizzate con il Vantablack, la sostanza nanotecnologica che assorbe quasi tutta la luce visibile e che è stata al centro di una lunga disputa con l’artista Stuart Semple, in merito alla proprietà esclusiva di alcuni colori detenuta da Kapoor.
Durante la preview, Kapoor ha riflettuto anche sulla sua identità ebraico-indiana – è nato a Bombay, nel 1954, da padre indiano e da madre ebrea irachena – e sul significato di esporre oggi, in un’istituzione come il Jewish Museum, nel contesto del genocidio in Palestina. «La triste verità è che, con la realtà contemporanea della guerra in Palestina, è molto difficile affermare insieme la propria ebraicità e dire “sono profondamente contrario a ciò che accade”», ha dichiarato. «Ma è importante che accada. Non dev’essere interpretato come anti-ebraico o antisemita: è anti-guerra e pro-umano».
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