Atelier Marina Paris © Francesca Pompei
Marina Paris formalizza la sua ricerca sullo spazio, sui ricordi, sulla loro trasformazione e persistenza, rielaborati come luoghi fisici e mentali del presente e della memoria, servendosi, indifferentemente, del disegno, della fotografia, della video-animazione e dell’installazione.
Dove e come era il tuo primo studio?
«Il mio primo studio si trovava a Montesacro; ci sono entrata alla fine degli anni ‘90 e lì sono rimasta per vent’anni. Era uno spazio molto grande e, nel corso degli anni, l’ho condiviso con altri artisti. È stato un vero laboratorio pieno di oggetti, barattoli, colori, rotoli di carta, stoffe, resine, attrezzature… lì ho potuto ideare e realizzare lavori installativi molto impegnativi, grandi disegni, grandi sculture. Sicuramente è stato un luogo di incontri, di scambi con molti artisti, galleristi e curatori…per questo gli sono rimasta sentimentalmente legata. Da poco, mi sono trasferita al Pigneto, in uno spazio più piccolo e sicuramente più intimo.»
Cosa rappresenta per te lo studio?
«Un luogo di riflessione. Ho sempre lavorato in solitudine, in un clima di assoluta concentrazione. Lo studio è un luogo dove, quando entro, devo ri-trovare i miei affetti. Da sempre dedico una parete dello spazio solo agli appunti: una piccola foto appena stampata, una fotocopia, un post-it, una frase, un disegno, la piantina di una galleria, una cartolina, la bozza di un progetto, un pezzo di calendario. Tutti questi frammenti li lascio lì a sedimentare, appesi al muro per mesi, persino per anni, e poi, a un certo punto, si ricompongono da soli e, come per magia, arriva l’idea per una nuova ricerca, per un nuovo lavoro.»
Marina Paris, nata a Sassoferrato (An) nel 1965, dalla fine degli anni Novanta si è trasferita a Roma, dove vive e lavora. Dai primi lavori installativi (la sua prima personale risale al 1996 nella Galleria Giulia di Roma), particolarmente incentrati sull’immaginario dell’infanzia ma, anche, su principali rivendicazioni politiche, l’artista ha sempre guardato allo spazio come possibilità di accadimenti. Spazio (urbano quanto domestico), ricordo, dilatazione e stratificazione del tempo sono, pertanto, le principali chiavi di lettura della sua ricerca artistica, attraverso la quale, in filigrana, indaga l’uomo contemporaneo. Il personale e netto interesse per l’architettura, quale meccanismo formante di spazi fruibili e relazionali, è coerentemente espresso e rielaborato nei suoi lavori. Costante evidenziata anche nei titoli delle numerose mostre cui ha partecipato, come Pubblic Spaces, Other spaces-Other chances, Urban fragments, Space Transformer, e così via. Una rilettura e reinterpretazione individuale che riesce, tuttavia, a far leva su una memoria collettiva, affiorante anche nei lavori di “strappo” e di “collage”. O nelle fotografie, che documentano scuole, stazioni, sotterranei, ospedali, che, nella loro spiccata tipizzazione e, nonostante l’elevata frequentazione pubblica, si perdono in un silenzioso anonimato.
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