JOAN CROUS, FRÀGIL, 120 x 360 cm, vetro e ferro, 2023 courtesy doutdo
In occasione della prossima apertura di Arte Fiera a Bologna, l’Associazione Amici della Fondazione Hòspice MT Chiantore Seràgnoli, con il loro volano culturale doutdo, che raccoglie fondi per l’omonima Fondazione, ha rivelato alla stampa il tema della loro nuova Biennale: la fragilità. Presentata in anteprima presso l’Oratorio dei Fiorentini, sala di rappresentanza del partner Banca di Bologna, la relativa opera FRÀGIL, realizzata da Joan Crous che sarà esposta presso il padiglione 26 stand B80 di Arte Fiera dal 3 al 5 febbraio, insieme al catalogo con testi di: Vera Negri Zamagni, Alessandra D’Innocenzo, Domenico De Masi, Gianluca Riccio, Sebastiano Maffettone, Pierpaolo Forte, Michele De Lucchi, Roberto Grandi e Alessandro Bergonzoni.
La grande scultura FRÀGIL di Joan Crous, noto artista del vetro di origine catalana, è la composizione di sei opere uniche realizzate in fusione di vetro sostenute da altrettanti supporti firmati Michele De Lucchi e Alberto Nason dello studio AMDL CIRCLE di Milano. A loro è spettato anche il compito di creare l’ambiente espositivo, così ipotizzando un contraltare matericamente opposto: due panche Bernina realizzate in pietra Leccese da PI.MAR Limestone di Giorgia Marrocco.
In un’epoca muscolare come la nostra, darsi un tema così sussurrato come la fragilità sembra una scelta pertinente e coerente alla natura complessiva del progetto, sia poiché conserva quel quid di prossimità al concetto di rottura sia perché considerandola nella sua composita accezione di fr-àgil, essa fa emergere l’esigenza di uno snellimento, volto all’emersione del vitalismo culturale.
In un trait d’union con La cena di Atene, opera fotografica di Giovanni Gastel del 2019, in cui è rappresentato il cenacolo intellettuale di doutdo, questa di FRÀGIL sembra voglia raccogliere, cristallizzandolo, il momento che segue quel convitto. In seno a quella tavola si pongono oggi particolari sapientemente bilanciati non certo per celebrare l’opulento pasteggiare ma per essere pensata come matrice rituale ed altera, a tratti votiva. Pur nella sua rassemblance con un’altra mise en place dell’arte – quelle celeberrime di Daniel Spoerri – questa sembra infatti mancare del tutto di quella connotazione carnale propria del pasto abusato, dell’opera come caput mortum.
Al ciò che resta qui si sostituisce la riflessione cristallizzata del ciò che sarebbe potuto essere: un pasto sospeso, un raffinato omaggio a tutti quei commensali il cui destino ha impedito il pasto. Essa è un elegante memento mori. D’altronde, i processi di medicina palliativa per malati inguaribili che la Fondazione Hospice MT. Chiantore Seràgnoli di Bologna, anche pediatrica, sostiene, impongono un alto grado di delicatezza e consapevolezza, una presa di coscienza più matura di ciò che significhi irreversibilità della morte, garantendo un fine quanto più dignitoso possibile.
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