Małgorzata Mirga-Tas, The Big Dipper Will Foretell the Future of the Roma (dettaglio), 2025. Patchwork tessile, acrilico, tecnica mista. Copyright Małgorzata Mirga-Tas. Courtesy of the artist; Foksal Gallery Foundation, Warsaw; Frith Street Gallery, London; and Karma International, Zurich. Ph. Dario Lasagni
Un giro sulle giostre, il profumo di patatine dagli stand, gli ultimi giorni d’estate che inaugurano l’autunno. I calci dati il più forte possibile per mandare in alto gli amici, il perno da raggiungere, l’amarezza che è sempre il ragazzo più grande a vincere. Ma quella amarezza passa presto, sciolta nell’adrenalina di una ruota che gira vorticosamente come zucchero filato in bocca. Poi l’estate finisce e il campo che ospitava luci, musica e colori torna una distesa d’erba secca. Dove finiscono, allora, le giostre?
Quella dei giostrai è una tradizione da secoli intessa nelle maglie della comunità romanì europea: proprietari e operatori di parchi itineranti le cui insegne fanno ombra su radicate condizioni di discriminazione razziale, emarginazione, persecuzioni e spostamenti forzati. In questo moto circolare – di giostre, vite e stagioni che girano perpetue – si restituisce qualcosa di più grande: una memoria profonda che riaffiora insieme a una promessa di ritorno. È da qui che parte la mostra di Małgorzata Mirga-Tas, concepita dalla raccolta di immagini, racconti e documenti relativi alla storia rom e sinta italiana. Dopo aver partecipato a Documenta15 e aver rappresentato la Polonia alla 59a Biennale Arte di Venezia con il primo padiglione rom, Collezione Maramotti ospita le trame di The Big Dipper Will Foretell the Future of the Roma (Il Grande Carro predirà il futuro dei Rom), in mostra dal 12 ottobre all’8 febbraio 2026.
Ci sono immagini che restano ferme nel tempo, insieme alle sensazioni che lasciano sotto pelle. Volti, storie e traumi di una comunità a cui Mirga-Tas ri-assembra tratti e immaginari, attraverso una stratificazione di stoffe in cui «ogni filo cuce insieme vite individuali, storie personali e traumi condivisi». Il tessuto diventa così un veicolo energetico di restituzione e affermazione identitaria: collage vibranti e stratificati, realizzati con abiti e stoffe provenienti dagli armadi delle persone ritratte, portatori di storie che riflettono l’estetica cromatica e compositiva popolare romanì.
Lo spazio espositivo della Collezione si apre come un campo a cielo aperto, scenografia possibile dove sculture in legno di cavalli bianchi brucano l’erba: simboli di quell’idea – scomoda – di libertà centrale nella vita dei rom, il desiderio di decidere per se stessi, di tracciare il proprio percorso. In questo paesaggio, un grande arazzo raffigura la partenza di un carro carico di ritagli di mondo, pronto a muoversi verso un orizzonte là dove sorge un nuovo sole, mentre al centro si erge Karuzela (Giostra) una grande struttura che rielabora il calcinculo tradizionale. Nel moto costante del girare in tondo, l’opera assume una forte valenza simbolica: il tempo che scorre, la vita che ritorna, la rotazione dei pianeti nel cosmo e l’idea di un viaggio perpetuo. La giostra è rivestita da patchwork di tessuti variegati che danno forma a scene complesse di vita quotidiana, ispirate a album di famiglia, testimonianze orali, libri e fonti d’archivio. Mirga-Tas intreccia alla propria narrazione del popolo rom vite e esponenti della comunità romanì emiliana presenti in occasione dell’opening, fotografandosi accanto alle loro raffigurazioni in una sincerità partecipativa di reale condivisione e collaborazione nella realizzazione della mostra.
Anche se ogni anno campi di giostre torneranno a far vibrare le fantasie e i pomeriggi di ragazzə di tutte le età, persone rom e sinti non possono vivere in case e terre di loro proprietà, ancora circoscritte in aree designate nonostante la loro presenza in Italia fin dal XV secolo. Qualche mese fa, a Milano si approvava una delibera per il superamento, ovvero la chiusura e la ricostruzione del Villaggio delle Rose: un insediamento attivo dal 1999 su area comunale – anche se un accordo sottoscritto con il Comune ne garantiva la permanenza a tempo indeterminato. L’arte di Małgorzata Mirga-Tas dichiara che nessuna comunità è fatta solo di margini. Ci sono volti, storie, memorie e traumi che come giostre in piena corsa persistono nel loro moto ciclico, anche quando nessuno le guarda più.
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