Luca Gioacchino di Bernardo, Fuoco, Innesco: cacciata dall’Eden - Galleria Tiziana di Caro
Quale nemico migliore del fuoco, per la carta. Eppure inizia proprio così, dal titolo quasi mefistofelico, l’esposizione di Luca Gioacchino di Bernardo alla galleria Tiziana di Caro.
“Fuoco, Innesco: cacciata dall’Eden” è quasi una premessa o forse più una promessa, quella di una mostra che sfida il tempo, che si prende gioco del mistero ma che, in fondo, sembra celare un messaggio di verità nel profondo. I dettagli prima di tutto, viene da pensare, guardando i motivi labirintici accuratamente tracciati dell’artista, che nelle opere in mostra sembra dare libero sfogo a una personale narrazione al confine tra passato, presente e futuro.
Nella prima sala, il fuoco del passato viene rivelato dalla presenza di una stufetta sovietica, unico oggetto insolito in mostra che contiene, preserva, anela al suo ruolo di conduttore di energia. Ma non è una miccia che arde al suo interno, bensì un disegno che aspetta trepidante, di essere trovato. Osservandolo, sembra di esser davanti a un test di Rorschach, al punto che sembra sia lui a studiare chi lo guarda. Eppure non c’è che lui, un cigno finemente disegnato, con il mistico fascino della sua forma simbolica, racchiusa in quella antica della stufetta, a fare da tramite nel metro di spazio che ci separa dal disegno orizzontale di una chiave avvolta, come immersa in un tempo remoto.
Questo sentimento di perdita è un innesco, appunto, che trova forza nel grande disegno della seconda sala, realizzato con un inchiostro giapponese che imita le forme di un albero – una betulla? – si sviluppa dal basso per poi propagarsi nei tortuosi quanto ruvidi fasci del presente.
Di fronte al grande disegno, un libro d’artista riproduce un unico esemplare del 1743, dal titolo La guerra agli alberi. Nel frammento si fa riferimento a una “bislacca teoria infernale” attribuita a un misterioso autore con cui l’artista decide di entrare in contatto, cancellando, sovrascrivendo e commentando con vena parodistica i suoi contenuti alchemici.
C’è un che di scientifico e in parte di horrorifico nella minuzia dei dettagli disegnati da Di Bernardo, che quasi simula un compendio di neuroanatomia. Le radici dalle cerebrali forme svastiche sembrano, in realtà, tessere una trama più fitta, destinata a imbrigliarsi con la figura simbolica della scorticata, in cui l’artista riconosce l’evento, a lungo trattato nella storia dell’arte, del peccato originale e la cacciata dall’Eden. Una visione fiamminga desaturata, che sembra comporre, ancora una volta, un disegno nel disegno, il simbolo nel segno.
Perciò, cosa ci attende? Di Bernardo sembra presagire, al limite del beffardo, un futuro, forse ai più incomprensibile, racchiuso nelle carte dei tarocchi della terza e ultima sala. Ma, forse, il suo è solo un gioco, un “invito al viaggio” per rivivere, come dei funamboli, gli equilibri instabili dell’umano.
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