Ludovica Gioscia, Arturo and the vertical sea – Baert Gallery

di - 24 Gennaio 2021

Affinità, etica dell’ecologia e “fare parentela” sono alcuni dei temi sviluppati nella personale losangelina di Ludovica Gioscia “Arturo and The Vertical” Sea alla Baert Gallery.
Una parte della mostra si ispira al libro culto della teorica femminista Donna J. Haraway. Nel 2016 quando uscì Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene riconfermò il suo talento nell’essere (Cyborg Manifesto è il suo capolavoro) una pensatrice audace e visionaria capace di assemblare magistralmente atti scientifici, fantascienza, femminismo speculativo e fabulazione speculativa con un serrato attivismo; sostenendo l’urgenza del cambiamento climatico con una visione non antropocentrica nella quale l’arte e la scienza collimano.

Ludovica Gioscia, Making Kin, 2020, wood shelf made in collaboration with Mark Thurgood. Photo Joshua White

Le arti delle fibre ritornano ripetutamente nel libro: dal progetto della barriera corallina realizzato con l’uncinetto; alla tessitura Navajo antica e contemporanea, alla culla del gatto.
Ed è qui che si incontra l’arte delle fibre con la parentela con altre specie; e il legame con la mostra della Gioscia nella quale è il gatto Arturo l’incontrastato protagonista, compagno di pensiero ed artefice d’ispirazione. Il loro legame collima nell’affetto, la gioia che trasforma i gesti, i rituali in elementi di produzione artistica.
Il corpo estetico della mostra fluttua sospeso snodandosi su tre grandi strutture di legno nelle quali prende forma il dialogo tra i tanti lavori che si intrecciano in diverse textures e materiali con una serie di assemblaggi ecologici. In questa wunderkammer coesistono le armoniose composizioni delle ceramiche devozionali, con gli elaborati lavori in tessuto che rappresentano delle tenerezze inter-specie, le vestaglie talismaniche, con le carte da parati dipinte a mano e gli acquarelli che simbolizzano gli scambi telepatici avvenuti con Arturo.
Esplora la tensione tra la materialità domestica da un lato e un’affinità elettiva nella quale l’artista realizza delle cartapeste nelle quali si fondono le procedure della medicina vibrazionale con le infusioni; considerando la forza vitale intrinseca dell’oggetto d’arte da un punto di vista definito da una sorta di concettualismo nascosto.

Panoramica della mostra alla Baert Gallery di Los Angeles. Photo Joshua White

Le sculture in ceramica mettono alla prova i limiti della mutevolezza di quel mezzo in termini sia fisici che formali, assumono forme tradizionali e surreali, animali di un culto pagano che emanano un calore animato che parla alla tattilità trascendentale del mondo naturale. Nel loro insieme, le opere in mostra esistono nell’incrocio tra il simbolismo e la materialità viscerale inerente all’arte.
Si intravede negli elementi scelti, soprattutto nel ripetersi dell’uso del portale, come la ricerca e il modus operandi sia quello intrapreso già dal 2017; nel quale l’Infinite Present diventa una porta della percezione nella quale collimano incroci magici e rimandi dettati da visioni temporali diverse; la cui rivoluzione digitale sagoma una diversa prospettiva nella quale lo spazio e il tempo hanno preso nuove forme.
Non mancano le influenze rielaborate dall’enorme bagaglio sviluppato dal design Ettore Sottsass; ad esempio per l’iconico ed evocativo specchio/lampada Ultrafragola; che lei trasforma nel famigerato portale.
L’insieme della mostra dirama un senso evocativo nel quale tutto si fonde, anche nei minimi dettagli, i talismani, i colori ed i disegni/sketches diventano presenze dei sogni che ci giungono dalla psicologia analitica e i suoi archetipi fusi all’animismo.
Sarebbe una mostra da non perdere quella dell’artista romana di adozione londinese, visti i tempi nei quali non è possibile viaggiare, ma rimane doveroso potersi documentare catapultandosi in una sorta di nuovo cosmo nel quale si può trascendere dalla cupa realtà. Fino al 13 febbraio il gatto Arturo ci guiderà in quel mare verticale del Pacifico.
Accompagna la mostra un libro d’artista con un testo di Marina Dacci.

@https://twitter.com/camillaboemio

Scrittrice d'arte, curatrice e teorica la cui pratica indaga l'estetica contemporanea; nel 2013 è stata curatrice associata di Portable Nation, il padiglione delle Maldive alla 55.° Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia, dal titolo Il Palazzo Enciclopedico; nel 2016 è stata curatrice di Diminished Capacity, il primo padiglione della Nigeria alla XV Mostra Internazionale di Architettura, con il titolo Reporting from the Front; nello stesso anno ha partecipato a The Social (4th International Association for Visual Culture Biennial Conference) alla Boston University. Nel 2017, ha curato Delivering Obsolescence: Art Bank, Data Bank, Food Bank, un Progetto Speciale della 5th Odessa Biennale of Contemporary Art. E’ membro della AICA (International Association of Arts Critics). Boemio ha scritto e curato libri; ha contribuito con saggi e recensioni a varie pubblicazioni internazionali, scrive regolarmente per le riviste specializzate, e i siti web; ha tenuto parte a simposi, dibattiti e conferenze in musei e festival internazionali.

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