Padiglione USA: una corsa contro il tempo per la Biennale Arte 2026

di - 10 Maggio 2025

Mentre la Biennale Architettura 2025 ha appena inaugurato l’Esposizione Internazionale e i Padiglioni nazionali ai Giardini e all’Arsenale, l’arte americana per la Biennale d’Arte 2026 rischia di rimanere senza volto. Il Dipartimento di Stato ha avviato con ritardo la procedura di selezione per il Padiglione USA: il bando è stato pubblicato solo lo scorso 30 aprile, a soli 12 mesi dall’apertura della manifestazione lagunare, prevista per il 9 maggio 2026, lasciando un margine esiguo di tempo per identificare l’artista e realizzare il progetto espositivo. Un’anomalia che preoccupa il mondo dell’arte a stelle e strisce e alimenta timori su una clamorosa assenza degli Stati Uniti da una delle piattaforme culturali più simboliche a livello internazionale.

La scadenza per le candidature è fissata al 30 luglio, con l’annuncio del vincitore previsto il primo settembre. Questo lascia appena otto mesi per la realizzazione dell’intero progetto, un tempo considerato insufficiente da molti operatori del settore. Tra le voci più critiche, quella di Kathleen Ash-Milby, co-commissaria del Padiglione USA 2024 e curatrice di arte nativa americana al Portland Art Museum, che ha dichiarato a Vanity Fair che «Potremmo aver già superato il punto di non ritorno» rispetto alla possibilità concreta di partecipare.

Ma il cronoprogramma compresso non è l’unica preoccupazione. Il nuovo bando federale — curato dal Bureau of Educational and Cultural Affairs – ECA del Dipartimento di Stato — introduce una serie di linee guida che stanno facendo discutere. Si incoraggiano opere che «Riflettano e promuovano i valori americani» e si esclude la possibilità di selezionare candidati che gestiscano gli ormai famigerati programmi DEI – Diversity, Equity, Inclusion, in contrasto con «Leggi antidiscriminazione applicabili». Inoltre, il Dipartimento di Stato si riserva la facoltà di monitorare le visite in loco del vincitore, per valutare la capacità di implementazione del progetto.

Dietro queste direttive si intravedono gli strascichi di una polarizzazione culturale che continua a influenzare anche le politiche artistiche. Il ruolo chiave del National Endowment for the Arts -NEA, da sempre responsabile della selezione attraverso il Federal Advisory Committee on International Exhibitions, è stato indebolito dagli attacchi dell’amministrazione di Donald Trump, culminati con tagli ai finanziamenti e dimissioni ai vertici dell’ente. A oggi, la figura di assistente segretario all’ECA resta vacante, lasciando di fatto scoperta la cabina di regia dell’intero processo.

Storicamente tra i più audaci nel panorama dei padiglioni nazionali, quello degli Stati Uniti ha spesso fatto della rilettura critica dell’identità americana il proprio tratto distintivo. Basti pensare a Sovereignty, il potente progetto di Simone Leigh per la Biennale Arte 2022, che trasformava radicalmente l’architettura palladiana del padiglione con una scenografica cortina di colonne in legno e un tetto interamente rivestito di paglia, evocando i temi del colonialismo e dell’esotizzazione dello sguardo. Verso una direzione concettualmente complementare ma formalmente opposta si muove l’attuale intervento della Biennale Architettura 2025, che reinterpreta in chiave contemporanea il portico – archetipo dell’abitare e simbolo della tradizione civile americana – con il progetto della Fay Jones School of Architecture and Design, in collaborazione con il Crystal Bridges Museum e DesignConnects.

Gli Stati Uniti hanno partecipato a tutte le edizioni della Biennale d’Arte di Venezia fin dalla sua fondazione nel 1895, con le uniche eccezioni durante gli anni del Secondo conflitto mondiale e il rifiuto simbolico nei confronti dell’Italia fascista. Oggi, in un’epoca di conflitti frammentati e di profonda disgregazione ideologica, rischia per la prima volta di mancare all’appuntamento per motivi interni burocratici e politici.

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