Pamela Diamante, Async – Galleria Gilda Lavia

di - 12 Luglio 2021

Pamela Diamante, artista pugliese classe 1985, dà inizio al suo percorso formativo con un’esperienza di cinque anni all’interno delle forze armate, durante la quale tiene sempre a mente la voglia di scoprire il mondo. Solo dieci anni dopo frequenterà l’Accademia di Belle Arti iniziando a fare esperienze artistiche attraverso l’unione e la sperimentazione di vari medium quali installazioni, fotografie e video, cercando un equilibrio concettuale che faccia convergere tutte le varie forme espressive in tematiche che siano affini tra loro per realizzare un quadro completo del suo pensiero. Grazie a questo tipo di lavoro, l’artista arriverà al dominio del caos dandogli una forma logica, attraverso l’utilizzo di modelli estetici e l’approfondimento della coscienza.

“async”, 2021. Mixer media, cartongesso, Led, piante tropicali, altoparlanti, subwoofer, cablaggio, arduino, elettrodi, mixer e player, cm 300 x 900, courtesy Gilda Lavia, ph Giorgio Benni

La sua ricerca si fonda sul concetto di complessità, in cui teorie dei sistemi, fenomeni emergenti, eventi accidentali e imprevedibili ne costituiscono l’essenzialità. La sua pratica si districa attraverso linguaggi ibridi che annullano o fortificano la natura stessa del medium utilizzato, in cui si riflette il rapporto tra assiomi scientifici e analisi dei metodi della comunicazione di massa. Ciò che cattura del suo lavoro e della sua ricerca è il momento in cui la complessità del reale si fonde con la complessità dell’uomo, alterando il tempo e lo spazio con cui si entra in gioco conducendo alla comprensione di aspetti della realtà che prima era impossibile cogliere. Con un nuovo bisogno di “natura” e una nuova attitudine meditativa, prodotta anche dalla pandemia, l’ultima personale “Async” mette in scena un vero e proprio ribaltamento tra la capacità, la volontà e la potenza estetica della natura e le abilità dell’uomo al suo cospetto. La Galleria Gilda Lavia di Roma, che ospita la mostra, accoglie il visitatore all’interno di uno spazio che sconfina quasi dal reale. Varcando l’ingresso ci si troverà proiettati in una dimensione “altra” in cui immergersi completamente coinvolgendo il senso della vista ma anche quello dell’udito.

Installation view, ph Giorgio Benni

La mostra si sviluppa in tre momenti spaziali differenti: “Async”, infatti, non è solo la chiave per entrare nel meccanismo del racconto, ma è anche il titolo dell’installazione che in qualche modo dà il via a tutta la riflessione; un breve itinerario ma allo stesso tempo ben articolato che troverà espressione per mezzo di diversi linguaggi. All’interno di “Async” si accede attraverso una tenda scura che immette ad un corridoio preparatorio, luogo ancora contaminato dall’uomo; subito dopo ci si prepara ad entrare, indossando dei copriscarpe, in uno sterile tunnel ottagonale di tipo futuristico. Si tratta di un’opera multimediale site specific in cui vengono ibridati i vari linguaggi utilizzati; l’attività elettrica di stupende piante tropicali genera immagini in movimento accompagnate da suoni ancestrali e forti vibrazioni, questi ultimi sperimentati in collaborazione con il compositore Marco Malasomma.
Async, così come l’intero progetto espositivo, nasce da una riflessione sul rapporto asincronico tra uomo e natura, cercando di ribaltare la prospettiva antropocentrica e dal bisogno di creare uno spazio “altro” capace di condurre a un risveglio magico attraverso la ricerca del fantastico.
Un secondo momento della mostra si sviluppa attraverso le serie di fotografie, intitolate Fenomenologia del sublime, in cui l’artista ha accostato la ormai rara pietra paesina, cosi chiamata perché ha la spettacolarità di assumere naturalmente le fattezze di paesaggio, a delle immagini di paesaggi dalla somiglianza sorprendente, ritrovati sul web. Attraverso un procedimento di associazione e somiglianza la volontà dell’artista è quella di sottolineare la capacità autorappresentativa della natura a prescindere dall’intervento dell’uomo o dell’artista stesso, giocando su questa caratteristica figurativo-evocativa della stessa materia nella sua forma naturale.
Il terzo e ultimo momento della mostra è un lavoro realizzato sotto forma di video del 2015 dal titolo 5’ per indurre un’assenza; qui l’artista si esprime in un respiro affannoso e interrotto che segna un nuovo rapporto con il corpo verso il mancamento e la sua smaterializzazione con l’intento di sperimentare un frammento di incoscienza.
Infatti, l’artista cerca di indurre il suo corpo a provare una forma epilettica, chiamata assenza, che conduce verso una realtà di percezioni alterate e inspiegabili, ma senza la perdita della coscienza. Nel video, il tentativo è un insuccesso, poichè l’artista non è affetta da questa patologia, tuttavia la prova la porta ad aver fatto il tentativo di entrare in uno stato di coscienza differente. Infatti, come ci spiega lei stessa, lo definisce: <<un poetico fallimento, un puro gesto estetico poiché, non essendo affetta da tale patologia, non mi resta che accettare il mio destino e rimanere imprigionata nella realtà>>.

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