Pamela Diamante, Le Invisibili. Esistenze radicali, 2026. Installazione ambientale, ceramica e ferro, 395 x 500 x 360 cm. Acquisita dalla Pinacoteca Metropolitana "Corrado Giaquinto" di Bari con il sostegno del PAC2025 - Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Photo: Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza
Da artista e da cittadina, Pamela Diamante (Bari, 1985) è una presenza impegnata e concreta che dalla Puglia puntella il sistema del contemporaneo in osmosi con la ricerca artistica internazionale. Mentre con la sua mostra Le invisibili. Esistenze radicali alla Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto” di Bari presidia il territorio fino al 10 maggio, nelle stesse date partecipa anche alla Biennale di Malta con il progetto Estetica dell’apocalisse (2017-2024), allestito nel Forte Sant’Angelo.
Il suo lavoro riguarda e affonda nell’estetica politica che, dal linguaggio alla tecnica, si pone al confine tra mimesi e realtà, considerando l’arte come testimone necessario di fronte all’apocalisse ambientale, umana e sociale del presente. Alla direzione del Focus Arte Contemporanea per il BIG – Bari International Gender Festival dal 2022 sta intessendo poi una rete di confronto con altri artisti e operatori su istanze glocali e traumi collettivi, da punti di vista geograficamente diversi ma uniti, per restituire una monumentale centralità a corpi e territori storicamente resi invisibili.
I suoi temi agganciano l’antropologia, etnografia e sociologia alla militanza pacifica seguendo il credo dei diritti delle minoranze, e incontrano la poesia ma anche la ricerca universitaria, sintetizzandosi in installazioni rigorose ed efficacemente simboliche che citano dispositivi di potere, ribaltandoli in dispositivi di riscatto dalla subordinazione di classe e di genere.
Le invisibili, infatti, installata nella Sala del Colonnato del Palazzo della Città Metropolitana di Bari, è un’operazione unitaria che dà il titolo alla mostra, che si realizza grazie al PAC 2025 del Ministero della Cultura, col sostegno della rappresentante comunale della Pinacoteca Micaela Paparella e del curatore Roberto Lacarbonara, in connessione e contrasto con alcune opere scelte della collezione. Una impalcatura concettuale e fisica di forme dure e contenuti sensibili che riporta alla terra e alle istanze umanitarie del Mediterraneo. Dedicata alle donne e al lavoro agricolo, l’opera è l’espressione di una femminilità rivoltosa contro le regole di un gioco sconveniente in un Sud che non è la Puglia ma un Sud globale con sue specificità locali, in cui regnano gli imperativi di convenienza, sfruttamento, ammutinamento.
Come forconi, le 16 aste in ferro e ceramica dell’ultima installazione di Diamante si issano in rappresentanza e in difesa di storie vere, dai racconti di lavoratrici migranti soggette a gravi violazioni e disparità salariali, incontrate grazie alla collaborazione con il progetto Sweetnet di Actionaid International Italia e Fondazione CDP: una geometria che richiama le macchine per l’agricoltura e simbolizza lo sforzo della lavoratrici contandone numericamente le denunce, che incarna le loro “esistenze radicali” e, con un ossimoro visivo, una certa fragilità potente.
Pamela, l’impianto dei tuoi lavori recenti affonda in una efficace riflessione sul linguaggio e i simboli dell’identità sociale del Sud, ma sarebbe più opportuno dire delle identità dei Sud, per un atto di “riappropriazione e autorappresentazione”, affermi. Quale credi sia l’impatto del Sud come spazio critico?
«Se ci soffermiamo sul Sud Italia, la sua ambizione più radicale appare oggi quella di costituirsi come spazio critico, rivendicato non solo come possibilità ma come diritto: un diritto alla presa di parola e alla costruzione autonoma di senso. In questo contesto, il lungo sedimentarsi del pensiero anti-meridionalista ha prodotto un dispositivo egemonico capace di naturalizzarsi, fino a diventare una visione dominante e spesso interiorizzata.
Il Sud si trova così ad abitare una tensione costitutiva: da un lato il confronto con una “memoria senza storia”, un archivio rimosso che tuttavia continua a inscriversi nel presente come eredità dolorosa; dall’altro la necessità di ridefinirsi come processo poetico e politico, capace di disarticolare gli stereotipi e aprire a una pluralità di futuri possibili. In questo senso, il Sud non è più soltanto oggetto di rappresentazione, ma si configura come soggetto critico che interroga e riscrive i propri codici».
Già dal 2024 con Le mangiatrici di terra hai avviato un ciclo di opere in cui compare la fresa agricola come strumento estetizzato con duplice senso di produttività e vulnerabilità, in quel caso legato alle storie di artiste, attiviste, intellettuali, militanti e persone queer coinvolte. Anche il progetto Le invisibili nasce da un’indagine profonda e collaborativa sulla condizione umana e lavorativa, ed è come se attraverso questa fresa simbolica stessi rompendo le zolle dei pregiudizi per preparare un nuovo letto di semina per la consapevolezza civile. Possiamo sperare che questa potenza della fragilità dei tuoi soggetti “invisibili” riesca a scavalcare i confini del sistema dell’arte?
«Da diversi anni la mia pratica artistica parte dall’idea che l’opera d’arte sia un dispositivo attraversabile dalla parola e dai vissuti di altre soggettività. A partire da questa premessa metodologica, i miei lavori si collocano su una soglia e attivano interferenze: nel sistema dell’arte sollecitano riflessioni sul rapporto tra potere e corpi (penso a Michel Foucault e al concetto di biopolitica) e sulla differenza soprattutto di classe tra queste soggettività e chi fruisce solitamente d’arte, mentre nello spazio sociale generano alleanze e risonanze, riportando al centro l’arte come una possibilità per riconoscersi e per essere molteplicità. In questo senso, preferisco pensare a questa posizione non come a uno “scavalcamento”, ma come a una condizione in equilibrio sul confine».
L’installazione Le invisibili si pone in un dialogo con il passato e guarda verso nuove geografie critiche. È esposta nella Sala del Colonnato di uno dei palazzi più rappresentativi di Bari, un ambiente dall’architettura di epoca fascista, tra le statue muscolari di Giulio Cozzoli. Ma c’è anche un dialogo più sottile con opere di Fattori, Signorini e Pascali presenti in collezione al piano superiore. In che modo la tua materia si riconnette o si distacca dalla tradizione? E in quale direzione prosegue il tuo progetto?
«Sicuramente, con i due colossi marmorei, l’Agricoltore e il Marinaio di Francesco Cozzoli, che sembrano porsi come figure a presidio dell’opera, si crea un cortocircuito storico che invita a riflettere sul mutamento dei valori della rappresentazione e sulle istanze proprie di epoche differenti. Quei corpi possenti e fieri, due adoni che incarnano e ostentano l’estetica e l’ideologia del fascismo, esaltano il lavoro rurale come valore fondante. Poco prima della realizzazione di queste opere, infatti, il regime tenta di trasformare l’Italia in uno Stato autosufficiente, capace di produrre tutto ciò che consuma, il grano viene elevato a simbolo politico nella cosiddetta Battaglia del grano. L’opera si configura così come una sintesi tra arte e celebrazione del lavoratore, pilastro della politica autarchica e del culto del corpo promosso dal regime.
In netto contrasto, in Le invisibili. Esistenze Radicali emergono invece corpi segnati dalla fatica e dall’emarginazione, che non vengono esaltati ma rivendicano la propria dignità proprio attraverso la fragilità e la loro presenza negata. Il confronto tra queste due rappresentazioni evidenzia il passaggio da una retorica del corpo “eroico” e monumentale a una narrazione in cui il corpo non è più strumento di celebrazione ideologica, ma luogo di conflitto sociale.
Con Signorini e Fattori c’è sicuramente una continuità dello sguardo, soprattutto in Fattori, sembra che quei dipinti racchiudano un silenzio politico, quasi assordante, che nella mia opera va in risonanza con quel non detto che si cela nell’istallazione ambientale. Con Pascali, invece, si attiva un senso di appartenenza più profondo, un legame con il Sud, difficile da definire ma centrale.
Per i progetti futuri non sto abbandonando la rotta, anzi, sempre più Meridionalista e con più consapevolezza che questo processo di ricerca è indissolubilmente legato ad un percorso di autocoscienza che mi sta portando a un posizionamento politico più radicato e radicale».
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