Paolo Icaro
Quella fra Paolo Icaro e la Galleria Lia Rumma di Napoli è una storia d’amore e di amicizia, un sodalizio che ha avuto origine oltre cinquant’anni fa e che, come il più felice dei matrimoni, dura ancora oggi. L’artista torinese, fra i maggiori rappresentanti dell’Arte Povera, chiude una stagione espositiva e ne apre un’altra per la nota galleria partenopea con la personale “Dribbling”, inaugurata lo scorso novembre e visitabile fino al 28 febbraio 2022.
Al centro della mostra esposta negli spazi di via Vanella Gaetani c’è un concetto caro a Icaro, quello dell’interazione dell’artista/visitatore con l’opera e con lo spazio. Un pensiero che racconta, opera dopo opera, ogni fase della propria evoluzione dall’origine, dal finire degli anni ’60 – quando l’artista espose con Marcello Rumma i primi lavori nell’ambito di Arte Povera + Azioni Povere, ospitata negli Arsenali di Amalfi, rassegna destinata a passare alla storia – fino ai giorni nostri. L’intenzione è quella di costruire intorno all’opera scultorea una nuova dimensione spaziale, dando la possibilità di osservare come tale “ricontestualizzazione” operi una profonda trasformazione nella capacità di fruizione da parte dello spettatore.
Esemplificativa di questo concetto è sicuramente l’opera Spazio, con anima (1967-2021), la cui realizzazione prevede tre componenti diversamente datati: una piccola scatola in legno e corda del 1967, la ricostruzione odierna della stessa in scala maggiore (che va così a ricreare uno spazio a misura d’uomo) e la proiezione di un corpo femminile che si muove (e si divincola) all’interno di questa scatola/gabbia. L’azione del disfare il già fatto per fare del nuovo è metafora del senso profondo dell’essere scultore: un corpo (quello dell’artista) che abita lo stesso spazio di un altro corpo (la materia) e che, manipolandolo, ne crea uno nuovo (la scultura). Ed è lo stesso artista a risultare diverso in seguito all’azione artistica: l’idea prendendo forma non gli appartiene più, è divenuta “altro” fuori dal sé.
«Mi pareva di aver incontrato in quel lingotto di acciaio comune, chiamato comunemente ferro, una proporzione, un’unità direi “simbolica” di tutto il ferro: quel metallo era tutto lì dentro in un’implosione atomica. Quel lingotto non era una forma, non era un oggetto ma una cosa in sé. Così cercai altre materie che mi fossero altrettanto intensamente attraenti, e l’unico criterio formale che mi imposi furono le dimensioni del primo Racconto – scrive Paolo Icaro nella sua monografia Faredisfarerifarevedere (a cura di Lara Conte, Mousse publishing, 2016) – L’altro criterio fu l’intensità e la soddisfazione dei vari incontri, ora echi di memorie ora di nostalgie, di luoghi e situazioni».
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