Respira, scioglie e ritorna. Il progetto inedito di William Kentridge al MAXXI di Roma

di - 11 Febbraio 2026

Nelle stratificazioni della storia, nel racconto della capitale come una città di immigrati, in una tradizione secolare che arriva fino al presente, William Kentridge evidenzia come «per ogni immagine eroica, che sia romana o coloniale, c’è sempre qualcuno che sprigiona un lamento». L’artista da bambino ha sempre viaggiato a Roma dal Sudafrica e torna nella capitale continuando la sua collaborazione con il compositore Philip Miller. Questo ritorno appare ciclico e mette radici nella memoria di Triumphs and Laments, doppio fregio lungo più di 500 metri realizzato sugli argini del Tevere dieci anni fa, poi inghiottito dai batteri e dalla muffa. Nella reinterpretazione di questo complesso lavoro e di The Head and the Load, nella versione filmica Kaboom!, dedicata alla memoria dell’Africa e dei suoi abitanti coinvolti nella Prima guerra mondiale, si situa BREATHE DISSOLVE RETURN. Il cine-concerto, nel progetto a cura di Oscar Pizzo e Franco Laera, è stato eseguito dal vivo in occasione dell’opening e sarà visitabile fino al 6 aprile 2026.

William Kentridge / Philip Miller, BREATHE DISSOLVE RETURN MAXXI, Roma © Luis do Rosario

Il cine-concerto mette in stretto dialogo immagini filmiche e musica, utilizzando il collage visivo come strumento immaginativo. In questa rievocazione, ciascun musicista rappresenta un punto vitale del processo, come parte di un gruppo eteroclito formato da personalità con background ibridi, che prediligono l’improvvisazione e l’oralità alla formazione strutturata di stampo accademico. Questo modo di lavorare permette di costruire nuove regole a partire dall’improvvisazione come relazione: «l’improvvisazione» afferma Kentridge «parte sempre da una scintilla e il nostro compito è seguirla». Nell’intersezione incessante tra le composizioni musicali di Miller e le immagini in divenire di Kentridge, che si moltiplicano e si trasformano su loro stesse, il lavoro evoca una prospettiva sociale e politica della visione e dell’ascolto, nel tentativo di cercare di rispondere a una domanda centrale, generativa: «si può pensare la storia come collage, piuttosto che come narrazione?».

William Kentridge / Philip Miller, BREATHE DISSOLVE RETURN MAXXI, Roma © Luis do Rosario

Un ulteriore livello relazionale riguarda la struttura in tre atti, che scandisce i ritmi del tempo e dello spazio. La prima parte, corale e aperta, si concentra sul respiro e sul suo particolare significato nel campo della percezione uditiva: per un musicista respirare significa ascoltare. La seconda, più intima, è guidata da una voce solista femminile che scivola in un megafono e sembra soffiare la carta che, sullo sfondo tripartito, danza con la musica in una spettacolare congiunzione. L’ultimo atto, infine, corrisponde alla necessità di far ritornare la composizione alla sua origine. In questo processo, emerge la prospettiva di un tempo ciclico, non lineare e non produttivo, che restituisce un nuovo senso all’immaginazione all’interno dei processi storici e politici, raccontati e tramandati sempre attraverso una soggettività.

William Kentridge / Philip Miller, BREATHE DISSOLVE RETURN MAXXI, Roma © Luis do Rosario

Secondo Kentridge «si può scrivere la biografia di una persona disegnando la libreria di tutti i libri che ha letto, ma anche disegnando tutti i libri che non ha letto». In un sentire immateriale ed empatico, la musica diventa lo strumento ideale per valorizzare la memoria di qualcosa di cui non abbiamo testimonianze orali, acustiche o in parole. Catalizzatrice di ricordi, permette di rievocare ciò che non è mai stato: il premio che non abbiamo ricevuto, la poesia che non abbiamo scritto, i sogni che non si sono mai avverati. Ciò che non esiste più, ma forse si vede ancora, può essere in definitiva solamente immaginato.

Drawing for Triumphs and Laments (Bersagliere; La Dolce Vita), 2014 Courtesy William Kentridge Studio e / and Galleria Lia Rumma Milano / Napoli

Questo stesso principio ha guidato Kentridge nella realizzazione delle figure (visibili in scala ridotta su un leporello presentato per l’occasione) disegnate sugli argini del Tevere, intestino di Roma che unisce e disegna il profilo di una città consumata e multispecie. Attraverso l’eliminazione di sagome e contorni, togliendo il superfluo, l’artista agisce per sottrazione, in una processualità che valorizza l’assenza e lo scarto: «gradualmente il muro ha assorbito quelle tracce. Se si ha molta immaginazione si possono vedere ancora, ma in realtà non ci sono più». L’allattamento di Romolo e Remo da parte della lupa, i partigiani, Mussolini, le deportazioni.

Una narrazione polifonica – collettiva e antica, tragica e gloriosa – si schiudeva in un unico monumento effimero, impossibile da cogliere nella sua interezza, ma solamente come parte frammentata di una complessità sconosciuta, tramite cui si manifesta il criterio che guida tutta la ricerca di Kentridge: «quella che raccontiamo non è una storia definitiva, ma sempre provvisoria».

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