Andrea Bianconi, spedizione Cima Carega , Piccole Dolomiti, 2020
Allâinizio lâidea era,
poi è cambiata,
poi era lâidea,
poi è cambiata,
sto cambiando troppe idee,
e troppe idee stanno cambiando,
alla fine lâidea giusta
era la prima,
la prima idea non si cambia mai.
CosĂŹ si presenta Andrea Bianconi, classe 1974, uno degli artisti italiani che può vantare una significativa attestazione allâestero. Vive e lavora tra Vicenza e gli Stati Uniti. Attento ai temi legati al sociale quanto alla sostenibilitĂ ambientale, è stato il primo artista italiano invitato a Davos, in Svizzera, durante la 48° edizione del World Economic Forum per presentare ai capi di Stato di tutto il mondo la sua performance Voice to the Nature. Ha preso parte a mostre in Italia e nel mondo come al MSK di Ghent, a Palazzo Reale di Milano, alla Biennale di Mosca, al Film Society Lincoln Center di New York e al Museu do Meio Ambiente a Rio de Janeiro. Proprio dallâassenza di idee nasce Sit Down to Have an Idea. Unâinstallazione performativa che si propone come luogo di riflessione, in fuga dai ritmi frenetici della societĂ contemporanea presentata per la prima volta alla terza edizione della fiera Roma Arte in Nuvola.
Il progetto Sit Down To Have An Idea nasce come tua esigenza personale. Ci spieghi come e quando ti è venuta lâidea?
Nel 2016 ero nel mio studio alla ricerca di unâidea. Girovagavo e guardavo le cose presenti: oggetti, parole, segni. Sono un accumulatore seriale di oggetti. In un angolo câera una poltrona, la solita poltrona, quella di velluto verde donatami da mia nonna. Poltrona âcompagna di viaggioâ avendo vissuto in tutti i miei studi. Dâimprovviso iniziai a guardarla e a contemplarla. Istintivamente presi un colore bianco e scrissi sulla seduta âSit Down To Have An Ideaâ. Nacque cosĂŹ la âpoltrona delle ideeâ. Da subito diventò amica e complice, diventò magica. Funzionava! Gli anni passavano e la âpoltrona delle ideeâ diventava parte integrante del mio processo creativo e le persone che venivano a trovarmi in studio volevano sedersi nella speranza di trovare unâidea. Un incontro sognatore del 2019 mi illuminò e iniziai ad immaginare la poltrona ovunque. E alla prima occasione colsi lâoccasione. Era gennaio 2020, subito prima della pandemia, e durante Arte Fiera, in collaborazione con Casa Testori, invasi Bologna con 24 poltrone come le ore del giorno e le posizionai in 24 luoghi diversi, da Piazza Maggiore al Teatro Duse, dalla stazione allâospedale, da un panetteria a una scuola⌠Una poltrona per tutti è unâidea per tutti. Chiunque poteva sedersi nella speranza e capacitĂ di avere unâidea. La poltrona in quellâoccasione è stata e lo è tuttâora un gesto dâamore verso e per lâuomo. Successivamente le 24 poltrone contaminarono le stanze segrete del Teatro Duse di Bologna, dove realizzai la performance âMonologo di unâideaâ in cui indagavo il rapporto tra uomo e idea.
Le idee travalicano ogni barriera e generano speranze.
A marzo 2020 arrivò il lockdown e lâunica forma di libertĂ era lâimmaginazione. Un giorno parlando con un amico gli raccontai di un sogno fatto ad occhi aperti⌠Il desiderio, al primo spiraglio di luce, di portare la poltrona sulla cima di una montagna, come ricerca di qualcosa di negato. Scelsi Cima Carega, la vetta piĂš alta delle Piccole Dolomiti, a 2.259 mt.di altitudine. Nacque cosĂŹ Spedizione Cima Carega (5 giugno 2020), dove coinvolsi la Durona Team, un gruppo di runner della mia zona che a turni di 15 minuti si caricavano sulle spalle la poltrona portandola fino alla cima. Un passaggio di testimone durato oltre 3 ore di cammino. Conquistammo Cima Carega e posizionammo la poltrona delle idee in vetta come rinascita, la riconquista di una libertĂ nella natura incontaminata. Capii che il messaggio della poltrona era universale e poteva raggiungere tutti. Iniziai cosĂŹ ad immaginare la poltrona in vari luoghi e poco dopo la portai a Tropea di fronte al mare infinto, a Colletta di Castelbianco, tra i borghi piĂš belli dâItalia, posizionandola sotto a un pino, in seguito a Chiampo, sotto un campanile, a Vicenza con una processione nella lanterna di un Torrione Medievale (sede della Fondazione Coppola), a Lodi sulle rive dellâAdda, a Savona trasportata a bordo di un peschereccio di nome Leda dal mare alla Fortezza del Priamar e su Ponte Vecchio a Firenze. A Roma, per la prima volta a novembre 2023, la poltrona ha visto trovare il suo habitat nella Nuvola di Fuksas, in ambito del tutto inedito come una fiera di arte contemporanea. Nei quattro giorni di manifestazione il pubblico ha potuto sperimentare la seduta e partecipare al processo creativo di unâidea!
Dopo aver toccato varie piazze italiane, teatri e paesaggi, quali sono le prossime tappe per Sit Down To Have An Idea? In che modo vorresti far âviaggiareâ la poltrona nel mondo?
La poltrona delle idee ha ascoltato e ascolta la propria natura. Ricordo una foto premonitrice che mi scattò un amico nel 2011 in cui tenevo con grande forza e fatica la stessa poltrona verde (senza scritte) sollevata da terra in braccio come fosse un bambino. La stessa poltrona che poi diventò âpoltrona delle ideeâ e che mi suggerĂŹ di essere trasportata nei vari luoghi. Penso sia un viaggio senza fine, come senza fine sono le nostre idee. Il viaggio è parte fondamentale e vitale della performance, inteso sia come viaggio fisico ma anche come viaggio mentale con noi stessi una volta che ci sediamo. La poltrona ascolta mondi, tempi e spazi. Accoglie vite, desideri, sofferenze e destini. Non voglio forzare il suo percorso, quando mi dirĂ dove vuole andare io lâascolterò. Ă unâopera aperta e in continua evoluzione.
Sit Down To Have An Idea ha incontrato anche una delle star della musica italiana, Laura Pausini. Come è venuta a conoscenza di questa tua opera e come si è relazionata con essa?
Era un martedĂŹ mattina e alle 9.30 ho ricevuto una telefonata: âSono Laura Pausini, non ci conosciamoâŚâ Mi aveva trovato sul web, si era innamorata della poltrona. Laura lâha voluta in studio di registrazione ed ha capito con grande sensibilitĂ lâanima e lâessenza vera dellâidea. Stava raggiungendo i 30 anni dalla vittoria di Sanremo e si è fatta fotografare sulla poltrona dicendo: âmi sto facendo venire nuove ideeâ. Ogni tanto fa dei video in studio e vedo la poltrona rosa vicino al microfono. Lâarte che supera lâarte.
Mi hai parlato anche di altri personaggi noti nel mondo musicale che avrebbero voluto âadottareâ Sit Down To Have An Idea ma tu hai preferito non spettacolarizzare il progetto. Ci parli di qualche aneddoto?
SÏ è vero, ma preferisco non parlarne, alcune strade si incontrano, altre no.
Nelle tue performance è sempre coinvolto il pubblico, in che modo lo rendi parte attiva?
Il pubblico è parte fondamentale. Nel caso della poltrona vive quando le persone si siedono. Lâanno scorso la poltrona è diventata monumento in bronzo ad Arzignano, la mia cittĂ natale. La parola monumento contiene la parola momento, quindi il monumento-poltrona vive grazie a tutti i momenti in cui le persone si siedono. Le persone sono fondamentali, vitali ed essenziali. In tutte le performance voglio rendere gli altri non solo parte attiva ma protagonisti dellâopera. Lâaltro diventa piĂš importante di me affinchè la performance funzioni. Per esempio nel caso di The Chinese Umbrella Hat Project (2010), lâazione ha visto giovani cinesi partecipanti girare per il centro di Shanghai vestiti con sete tradizionali e ombrellini in testa cercando lâinterazione con la gente. Era la mia domanda sul loro modo e rapporto di vivere la tradizione cinese. Nella performance Babele (2015), in Piazza San Francesco in pieno centro ad Arezzo, ho riunito diciotto rifugiati che portavano in spalla uno stereo, ognuno trasmetteva una canzone diversa. I brani si fondevano in unâunica melodia e i rifugiati danzavano nel segno dellâunione coinvolgendo le persone intorno.
Quanto è importante per te lâatto performativo nella tua pratica artistica?
La performance mi permette di interagire e relazionarmi con lâaltro, lâaltro modo, lâaltro luogo, lâaltro spazio, lâaltro io, lâaltra cultura, lâaltra persona. Quindi lâaltro è fondamentale. Il performer cattura il momento, cerca di controllarlo e poi lâattimo fugge e quel momento si trasforma in altro. La performance ha delle similitudini anche quando disegno e citando Italo Calvino il disegno ti permette di: âcercare le tracce di qualcosa che potrebbe anche non esserciâ. La performance è come un viaggio in cui mi pongo delle domande. La destinazione potrebbe riassumersi per esempio nel progetto Fantastic Planet (2016- Barbara Davis Gallery â Houston TX) dove ero coperto di veli neri e ripetevo ossessivamente la stessa frase â Fantastic Planet â come se mi stessi chiedendo se questo pianeta esistesse oppure no, disegnando frecce e direzioni.
Le tue azioni sono pensate generalmente per rovesciare il punto di vista sul mondo. Quali sono le performance che ti hanno coinvolto maggiormente in questo senso?
Cerco sempre lâinaspettato, qualcosa che mi apra nuovi punti di vista. Nella performance Trap for the Minds nel 2011 in America ero di fronte ad uno specchio dove indossavo 18 maschere, lâuna sovrapposta allâaltra, come a voler evidenziare la molteplicitĂ identitaria che abita in noi. In Traffic Light (2013) a Mosca davanti al Cremlino, 9 volontari vestiti da sciamani con una gabbia in testa (a cui erano attaccati 3 piatti da batteria di colore rosso, giallo e verde) suonavano seguendo il variare dei colori del semaforo ad indicare lâentrata e lâuscita dalla Piazza Rossa. In Voice to the Nature nel 2018 in occasione del 48° World Economic Forum a Davos mi sono ritrovato immobile e paralizzato, circondato da 200 sveglie che suonavano contemporaneamente  in segno di denuncia dellâecocidio in atto per richiamare i leader del mondo allâurgenza di agire âora e non dopoâ per il benessere del pianeta. In Come Costruire una direzione (2019) al Carcere di San Vittore a Milano misi in scena un rito liberatorio, un inno alla libertĂ con alcune detenute che fanno parte del CETEC Dentro/Fuori San Vittore. Era la prima volta che un performance dâarte entrasse nel carcere.
Sei un acuto disegnatore e ogni tua azione è accompagnata da disegni e sketch preparatori, rigorosamente in bianco e nero. Quanto è importante per te il segno?
Il segno è fondamentale, le freccia è un segno, le parole sono segni, a me piace giocare con le parole. Le parole hanno una direzione, come il linguaggio, come lâascolto. La parola disegno contiene il segno e disegno in inglese è drawing che contiene la parola wing, ovvero ali, ovvero libertĂ . Quando penso ad una performance subito la disegno, questo mi fa capire la spontaneitĂ e la naturalezza del pensiero, dellâidea. Cerco la sintesi nel disegno. Amo e odio allo stesso tempo il bianco e nero e i due opposti mi rendono chiaro il pensiero. So che con il bianco e nero non devo togliere colore.
Hai da poco concluso la tua 15esima mostra oltreoceano dal titolo Invisible Dance alla Barbara Davis Gallery a Houston in Texas (USA). Il progetto racconta di una danza interiore con te stesso dove hai utilizzato un velo come strumento per analizzare il proprio io. Ce la racconti?
Lâidea della mostra è nata nel momento in cui mi sono posto delle domande. Cosa esiste tra lâanima e il corpo? Dove si allineano il razionale e lâirrazionale? Quando la finzione diventa realtĂ ? Quando abbiamo unâidea e vogliamo renderla concreta câè un momento in cui immaginiamo qualcosa danzando in mille direzioni dentro di noi. Invisibile Dance è questa danza invisibile con noi stessi. Il velo è simbolo di veritĂ nascosta che danza con la fisicitĂ . Cosâè che non riusciamo a vedere completamente? Cosa non riusciamo a comprendere appieno? Ă quella cosa che stiamo inseguendo, come le mie frecce inquiete. Eâ una storia dâamore con il mio mondo.
Hai un rapporto ormai decennale con la tua galleria americana e secondo te quale dovrebbe essere il ruolo degli artisti italiani allâestero.
Con Barbara Davis (la mia gallerista) sono 15 anni che parliamo al telefono quasi ogni giorno, ovvero quasi 5.000 giorni che ci sentiamo e ci confrontiamo quotidianamente. A volte solo per pochi secondi, altre per ore. Il rapporto è totale. Il ruolo degli artisti italiani allâestero è sempre essere se stessi.
Câè un evento della tua vita che ha segnato la tua vocazione o maturazione artistica?
Ce ne sono stati moltissimi e ce ne sono ancora, è un continuo scoprirsi âŚCome lâincontro con Giovanni Frangi, il trasferimento a New York, le continue telefonate giornaliere con Barbara Davis, lâincontro con Antonio Coppola, le frequentazioni e collaborazioni con Casa Testori, lâavere gabbie aperte appese in ogni studio, la performance in Piazza Rossa a Mosca per la Biennale, la scoperta della freccia come simbolo e significato, la performance al carcere di San Vittore dove ho capito il sentimento di libertĂ e di come lâarte sia legata alla vita e viceversa, la performance di fronte ai Capi di Stato a Davos dove ho maturato la consapevolezza di me, ma anche il rapporto stesso con un oggetto come la poltrona o con il disegno che farò tra poco, è una continua ricerca e maturazione. Sono allâinterno del mio viaggio.
Dopo la pandemia come è cambiato il tuo modo di fare arte?
Ho vissuto la pandemia costruendomi vie di fuga trovandole nellâimmaginazione. Ă stata la mia forza e la mia arma. Anche perchĂŠ lâimmaginazione contiene la parola azione, quindi immaginavo azioni e ridimensionavo lâaltro. Non penso sia cambiato il modo ma solo ridimensionato. Durante il lockdown ho scoperto un nuovo legame con mia figlia. Insieme abbiamo costruito ogni giorno un viaggio diverso in luoghi inaspettati, dal mondo delle nuvole alla nascita della pioggia. Abbiamo realizzato grandi disegni e collage sulle pareti del mio studio. Abbiamo costruito un razzo per andare nello spazio e pensato a tutto ciò che ci dava un gran senso di libertĂ , pur restando chiusi in casa. Quindi non ho perso lâidea di viaggio, lâho solo ridimensionata.
Quale sarĂ la sfida del sistema dellâarte del prossimo decennio secondo te?
La sfida secondo me è mantenere lâautenticitĂ di chi siamo, non perdendoci e non dimenticandoci della nostra essenza.
âGuardare la punta del proprio naso insistentementeâ, âSupplicare una porta di aprirsiâ, Fermare un orologio con il pensiero,⌠sono solo alcune delle frasi che accompagnano i tuoi disegni nel Manuale per esercitare la propria stupiditĂ (Skira 2022). Una sorta di calendario da tavolo con consigli giornalieri da tenere sempre a portata di mano nato per stimolare quella parte di intelligenza che sempre piĂš tendiamo ad non utilizzare. Un ritorno allâinfanzia. Ce lo racconti?
Il Manuale per esercitare la propria Stupidità è un libro performativo a cura di Luca Fiore. Realizzato per me stesso ma rivolto a tutti. Il mio consiglio è di praticare giornalmente per almeno 10 minuti uno dei 49 esercizi scritti e disegnati per esercitare la propria stupiditĂ . StupiditĂ intesa come infinita risorsa. Non dobbiamo continuamente dare un senso a tutto, ma possiamo vedere o capire che anche le cose senza senso forse un senso lo hanno. Supplicare una porta di aprirsi⌠quante volte lo chiediamo a noi stessi? Dirsi âciao ciaoâ continuamente di fronte ad uno specchio, forse è un tentativo per conoscersi meglio. Salire su una sedia e gridare ânon ho niente da dire!â, potrebbe essere unâespressione per vivere la vita con piĂš leggerezza. Ă un libro che parla di libertĂ e di come dovremmo essere sempre noi stessi. Esercitandoci, forse, non faremmo le cose davvero stupideâŚ
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