Lo spazio dell’opera. Ingrassia e Tibaldi alla Galleria Nazionale

di - 26 Marzo 2020

Tutto comincia con un paesaggio romantico e nebuloso, che potrebbe essere stato disegnato da Caspar David Friedrich: una casa che si emerge a malapena in un’oscurità assoluta, e rivela i propri contorni soltanto ad uno sguardo attento e meditato. Si intitola Nineteenth Century Abstraction (2013) ed è un piccolo pastello eseguito in punta di matita dai gemelli Carlo e Fabio Ingrassia, incassato in una parete del corridoio Bazzani al primo piano della Galleria Nazionale, che ospita fino al 13 aprile la mostra “Notturno con figura. Primo corollario sulla vibrazione”, curata da Lucrezia Longobardi e giocata sul dialogo tra l’opera degli Ingrassia e Habitat#1 (2020) di Eugenio Tibaldi, una scultura di grandi dimensioni che occupa quasi del tutto lo spazio destinato al progetto Connection Gallery, un ciclo di tre mostre di artisti emergenti curato da Massimo Mininni.

Eugenio Tibaldi, Habitat, 3030, vista della mostra, La galleria Nazionale di Roma

Uno spazio difficile ma stimolante, che la curatrice Lucrezia Longobardi ha gestito con grande coraggio e consapevolezza, attraverso un dialogo tra opere diverse che trovano la loro complementarietà in una sorta di “sentire comune”, di carattere concettuale ma anche, se non soprattutto, emotivo. “In Notturno con figura prende corpo un paesaggio esistenziale fondato su uno stato di precarietà e disillusione, figlio delle atrofie emotive che hanno caratterizzato l’inizio del XXI secolo” puntualizza la Longobardi. Così, il pastello degli Ingrassia, che assume quasi l’aspetto di un’opera anonima e inaspettata, che possiamo immaginare eseguita da un folle o da un recluso, introduce, con la sua dimensione minimale e quasi mimetica, l’opera di Tibaldi, concepita come una sorta di autoritratto arboreo nel suo dipanarsi nei diversi percorsi del tronco, dove sono collocati una serie di oggetti quotidiani. “Ho invitato questi artisti perché mi interessava svolgere un ruolo curatoriale performativo – spiega Lucrezia Longobardi – lavorando per realizzare la mostra insieme a loro, discutendo ogni dettaglio allestitivo. Se con i gemelli abbiamo discusso il posizionamento del lavoro, con Tibaldi invece abbiamo definito la forma stessa dell’opera, creata appositamente per lo spazio”.

Carlo e Fabio Ingrassia, Nineteenth Century Abstraction (2013)

“Per me realizzare questo lavoro è stato impegnativo, perché di norma mi appoggio ad un’architettura utilizzando i ponteggi, mentre questa volta ho deciso di creare uno spazio mentale nella natura, una sorta di dimora per un personaggio irregolare o marginale” spiega Tibaldi. L’artista ha immaginato una sorta di percorso esistenziale tra i rami, quasi immedesimandosi in Cosimo Piovasco di Rondò, protagonista de Il Barone Rampante, romanzo scritto da Italo Calvino nel 1957. Si arrampica, abita spazi di conforto dove lascia tracce di alcune bevute, con bicchieri incastrati tra il tronco e i ramoscelli, e vi deposita i libri che ha letto, abbinati a foto di famiglia. Al centro ha lasciato un giradischi, che diffonde le note di Romeno è Giulietta, l’opera composta da Tibaldi per una mostra allo Studio La Città di Verona, mentre una canna da pesca e una gabbietta con un uccellino vivo ci parlano dei momenti di svago e ricreazione. Un itinerario che segna tutti i momenti di un’esistenza a margine, di un progetto che vede l’artista fondersi con un essere abusivo e clandestino, in grado di animare lo spazio museale con un frammento di vita sospesa tra reale e fantastico, dove ogni singolo oggetto racconta un capitolo di una storia possibile, che ogni visitatore può scrivere a suo piacimento.

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