Zoom Biennale #2. Le capsule delle donne

di - 19 Aprile 2022

Cinque piccole mostre tematiche, definite capsule del tempo e dedicate ad artiste storiche, sono il filo d’Arianna della 59. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. «Una serie di costellazioni nelle quali opere d’arte, oggetti e documenti sono raccolti per affrontare i temi fondamentali della mostra», spiega la curatrice Cecilia Alemani, prima donna a dirigere la manifestazione. Fonte di ispirazione le storie e i personaggi fantastici, ibridi e mutanti dall’umano al naturale, al fantastico dell’artista surrealista Leonor Carrington (1917-2011). «È sempre interessante leggere gli scritti di artiste creative anche su questo fronte. Nel caso di Carrington, ho cominciato dai suoi racconti, molto divertenti, e solo in un secondo momento ho scoperto il libricino Il Latte dei Sogni, scoprendo che in modo fresco e leggero riassume molte delle direttive della mostra, dal pensiero post umano al surrealismo, anche in modo visivo». In questa edizione della Biennale Arte spicca la presenza di oltre 180 artiste su 213 tra artisti presenti.

Loïs Mailou Jones, Africa, 1935. The Johnson Collection, Spartanburg, South Carolina

«In tutti i miei progetti cerco di dare spazio alle donne. Fa parte della mia esperienza curatoriale. Nelle cinque capsule del tempo, dedicate ad artiste storiche, sono stata esplicita e intenzionale, ancora più attenta all’aspetto femminile, per ricucire la storia e recuperare figure un po’ nascoste. Queste piccole mostre, intorno a cui ruotano le altre opere contemporanee, non partono da correnti o movimenti ma sono costruite intorno a delle tematiche organizzate per analogie ed assonanze, piuttosto che filologicamente. Mi interessava infatti tracciare delle metastorie con una certa libertà nel creare le associazioni. Vedere, per esempio, cosa succedeva in Nordafrica nello stesso periodo in cui le surrealiste lavoravano in Europa». Una ricerca frutto anche di importanti esposizioni, come “Fantastic Women”, retrospettiva dedicata alle artiste surrealiste al Louisiana, in Danimarca, nel 2020, e di studi a livello accademico. Il risultato è un approccio trasversale, con rimandi e rime tra generazioni diverse, che affrontano gli stessi temi a distanza di 80/100 anni, intrecciandosi nel corso della mostra.

Remedios Varo, Simpatía (La rabia del gato), 1955. Collection Eduardo F. Costantini, Buenos Aires. © Artists Rights Society (ARS), New York _ SIAE

Si comincia dal Padiglione centrale con tre capsule. La prima, La culla della strega, dal titolo di un’opera di Maya Derain, accoglie una trentina di artiste, danzatrici e scrittrici, ribelli alle rappresentazioni classiche, che adottano l’idea di metamorfosi, ambiguità e frammentazione del corpo, opponendo all’idea dell’uomo unitario rinascimentale il dominio del meraviglioso e del fantastico. Si tratta di artiste legate principalmente al Surrealismo internazionale, al Futurismo, all’Haarlem Renaissance (movimento afroamericano degli anni venti), al Bauhaus e alla Negritude (movimento politico-culturale del mondo coloniale francofono, negli anni Venti), con opere poco note o addirittura mai viste. Ed ecco, oltre a Leonora Carrington, la sua amica Remedios Varo, Leonor Fini, la designer fotografa Gertrud Arendt, associata alla Bauhaus, Carol Rama con una serie di corpi senza arti o Jane Graveros, con la figura mitologica della sfinge, ma dal corpo robotico e meccanico. Loïs Mailou Jones recupera invece il mito della Madre Africa e l’algerina Baya Mahaddine disegna e dipinge donne in abiti sgargianti con animali, circondate dalla natura.

Jane Graverol, L’École de la Vanité, 1967. Photo Renaud Schrobiltgen. Collection Anne Boschmans. Courtesy Schirn Kunsthalle Frankfurt. © SIAE

Sempre al Padiglione centrale, la capsula Tecnologie dell’Incanto, ci proietta nella relazione tra corpo e tecnologia con i linguaggi astratti di Grazia Varisco, Laura Grisi, Nanda Vigo, Dadamaino e Marina Apollonio. «Artiste italiane degli anni Sessanta, legate all’arte programmata e cinetica, molto innovativa all’epoca e ancora attuale se pensiamo all’idea di membrana o di schermo digitale». La terza capsula, dal titolo Corpo Orbita, abbraccia invece artiste del XIX e XX secolo, che usano forme espanse di linguaggio come strumenti di emancipazione. L’ispirazione, in questo caso, viene dalla mostra Materializzazione del linguaggio, tenutasi nel 1978 ai Magazzini del Sale, curata da Mirella Bentivoglio, che aveva coinvolto 80 artiste e poetesse verbo-visive. Nella capsula si trovano numerosi esempi di questa corrente, dalla stessa Bentivoglio a Mary Ellen Solt, con le sue poesie a forma di fiori, in dialogo con gli esperimenti di automatismo e scrittura medianica di famose medium, come Linda Gazzera ed Eusapia Palladio, agli inizi ’900. O come la spagnola Josefa Tolrá (1880-1959), contadina in un villaggio vicino a Barcellona, che disegnava dicendo di essere guidata da entità spirituali.

Bridget Tichenor, La Espera (The Wait),1961. Photo Javier Hinojosa. Private Collection. © Estate of Bridget Tichenor

O, ancora, i lavori visionari dell’artista afroamericana Minnie Evans e le micrografie di Unica Zürn. Le ultime due capsule sono ambientate tra Arsenale e Corderie, in un’atmosfera del tutto diversa, volta a esplorare il rapporto tra individui e terra. Così la capsula dal lungo titolo Una foglia, una zucca, un guscio, una rete, una borsa, una bisaccia, una bottiglia, una pentola, una scatola, un contenitore, citazione del libro di Ursula K. Le Guin, autrice di fantascienza, che rilegge la nascita della civiltà tracciando una cronologia di recipienti adatti al sostentamento e alla cura. Per analogia sono esposte le sculture uterine sospese di Ruth Asawa o i carapaci ovoidali della surrealista Bridget Tichenor. L’ultima capsula infine, La seduzione di un cyborg, titolo preso da un’opera di Liner Sharmlison, comprende opere di artiste di inizio ’900 che hanno immaginato nuove combinazioni tra umano e artificiale, creando avatar di un futuro post gender e post umano. Tra queste la fotografa Bauhaus Maria Brandt, con le sue sfere specchianti, Kiki Kogelnik con dei robot dipinti, o la futurista costruttivista Alexandra Exter, che nel 1924 cura i costumi “marziani” per il colossal russo Aelita, con tre anni di anticipo rispetto a Metropolis di Fritz Lang. Last but not least, anche l’allestimento delle capsule è firmato dal duo di designer Forma Fantasma, ma con un twist molto originale.

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