Il volto di Parigi è anche quello verde cupo, curvilineo, organico, degli ingressi delle metropolitane. Eppure, l’uomo dietro questa immagine iconica, l’architetto Hector Guimard (1867–1942), è rimasto a lungo ai margini della memoria storica, considerato forse troppo decorativo, troppo audace, troppo floreale per la rigida razionalità moderna. Oggi, grazie all’impegno ventennale dell’associazione Le Cercle Guimard, fondata per tutelare la sua eredità, e con il sostegno economico dell’imprenditore e collezionista Fabien Choné, la città gli dedica finalmente una casa museo. Il museo sorgerà nell’Hôtel Mezzara, altro capolavoro dell’Art Nouveau progettato dallo stesso Guimard nel 1910 e che, per decenni, fu utilizzato come pensionato femminile ma che dal 2015 giace abbandonato.
Particolarmente adatta la scelta dell’Hôtel Mezzara, un edificio concepito da Guimard come opera totale. Qui ogni dettaglio, dalla vetrata curvilinea sul soffitto all’eleganza in ferro battuto della scalinata, fino ai lampadari gemelli, riflette l’idea avanzata e – oggi diremmo – radicale di un design immersivo, completamente innestato nello stile di vita. Nonostante questo anelito totalizzante, Guimard, che fu allievo dell’influente architetto Viollet-le-Duc e conobbe il padre dell’Art Nouveau Victor Horta, era considerato un isolato anche ai suoi tempi e non lasciò seguaci, almeno in linea diretta.
«Stava progettando un’esistenza», affermava Yao-Fen You, curatrice della mostra Hector Guimard: How Paris Got Its Curves al Cooper Hewitt di New York, città dove Guimard morì nel 1942. E in effetti è così, considerando quanti milioni di persone ogni giorno, da un secolo, attraversano quei varchi sotterranei. E quell’estro creativo troverà una sua voce nel nuovo museo, che raccoglierà oltre cento opere tra ceramiche, ringhiere, balconi e documenti d’archivio, tra cui proprio gli iconici elementi modulari delle stazioni del Métro, oggi considerati monumenti storici ma per lungo tempo ridicolizzati come “spaghetti style”.
In un periodo particolarmente fecondo della sua carriera, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, Hector Guimard realizzò quella che sarebbe stata la sua opera più vista: gli iconici ingressi della metropolitana di Parigi. Il progetto nacque in occasione dell’Esposizione Universale del 1900, quando la capitale francese volle dotarsi di una rete metropolitana al pari delle altre grandi città europee. La Compagnie du Métropolitain bandì un concorso ma, delusa dai risultati troppo convenzionali, decise di annullarlo e affidò l’incarico direttamente a Guimard, nonostante questi non fosse nemmeno tra i partecipanti.
Pur tra tensioni, soprattutto di natura economica, la collaborazione portò all’installazione, tra il 1900 e il 1913, delle celebri strutture in ghisa, realizzate dalla fonderia d’arte Val d’Osne: un trionfo del lessico Art Nouveau e una delle firme visive più riconoscibili di Parigi.
La strada per la nascita del museo però è stata tutt’altro che lineare. Dopo una prima offerta di acquisto rifiutata nel 2015 e due bandi pubblici andati a vuoto, Le Cercle Guimard ha finalmente ottenuto una concessione cinquantennale per la gestione dell’immobile. Choné investirà 6 milioni di euro per il restauro dell’edificio, che comprenderà l’adeguamento degli impianti, il rifacimento del tetto e l’apertura di un caffè nel giardino retrostante.
La futura istituzione ospiterà anche un’esperienza in realtà virtuale che ricostruirà la leggendaria Salle Humbert de Romans, sala da concerto progettata da Guimard nel 1901 e demolita nel 1905, offrendo al pubblico la possibilità di immergersi nei fasti acustici e visivi dell’Art Nouveau musicale.
Il museo realizza anche un desiderio lasciato inascoltato per decenni: quello della vedova di Guimard, Adeline Oppenheim, che dopo la morte del marito aveva tentato di donare alla città l’Hôtel Guimard per farne un museo, proposta allora rifiutata e seguita dalla trasformazione dell’edificio in appartamenti privati.
Ora, a distanza di quasi un secolo, la città di Parigi si prepara a restaurare la sua memoria e a riconoscere in Guimard non solo un architetto ma un visionario chee aveva intuito che l’arte, per cambiare la vita, deve prima cambiare le sue forme.
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