Azzeramento, riconfigurazione spaziale, stratificazioni segniche, dilatazione sensoriale. Sono questi gli obiettivi di Piano Zer0, galleria temporanea nel quartiere di Tor Pignattara, che dal 22 al 29 luglio, nell’ambito di Sýnolon – una “collettiva di mostre personali” curata da Claudio Guerrieri, direttore artistico del Live Cinema Festival -, presenta “The Gold of the Tiger”, una selezione di dieci maschere forgiate dall’architetto “ibrido” Maurice Nio (Olanda, 1959) e dal suo team NIO Architecten. Stampate in 3D a Xiamen e galvanizzate in oro, le preziose maschere verranno indossate in una performance con repliche da dieci modelli e modelle e poi esposte con un sistema di ancoraggio sui muri della galleria, che raccontano la storia passata del luogo.
Coinvolta nella crescente tendenza delle flash exposition area, Piano Zer0, in vita solo per poco più di un mese, si sovrappone a quella che è stata prima un bottega, poi un’abitazione e infine una falegnameria. «Dopo l’esperimento, tornerà abitazione e studio d’artista», spiega Guerrieri, che concettualmente e strutturalmente gioca sul tema del reset.
L’ispirazione per il disegno delle dieci maschere auree viene a Nio nel 2017 da una concreta esperienza legata al corpo e alla sua fragilità. L’architetto trova alcune corrispondenze nella terza parte dell’Etica di Spinoza (1678), dedicata all’origine e alla natura delle emozioni.
Il filosofo razionalista, anche lui olandese, nel suo trattato ne indaga quarantotto tipologie; tra cui quelle dieci che Nio sceglie per dar loro una forma che celi il volto, ma senza cancellarne l’identità. Anzi, amplificandone il potere percettivo. Ogni maschera infatti copre gli occhi, rendendo necessario fare affidamento sugli altri sensi. Nel delinearne i profili Nio attinge al bacino della simbologia cosmica, passando dai grafemi greci all’alfabeto cirillico.
La maschera ₼ (manat_azerbaijani) rappresenta l’emulazione, + (plus) la vendetta, ╨ (box drawing) l’umiltà, † (cross) la crudeltà, i (i am) la superbia, Δ (delta_greek) l’odio, Φ (phi_greek) l’audacia, Ϙ (koppa_greek) la misericordia, ш (double sha_cyrillic) l’indignazione. Infine c’è la decima, quella che indossa Nio. Si tratta di ж (zhe_cyrillic), la maschera dell’ambizione: «La parola olandese eerzucht ne sottolinea l’ambivalenza. Dovrebbe essere tradotta come ‘sigh for honor’, perché nel sospiro per l’onore sta il nodo. La tensione tra una bella, pura ricerca dell’onore e una cupa, tossica sete di successo; quella brama di fare sempre la cosa giusta. La sola imminenza di questa dinamica emotiva è agonizzante e spesso segna l’inizio della frustrazione. Riesco a identificarmi con tutte le maschere, ma l’insondabile ж (zhe_cyrillic) è quella che più mi rappresenta», commenta l’architetto.
“The Gold of the Tiger” non è un rendez-vous carnevalesco estivo, ma un affascinante esperimento sinestetico. Alcuni modelli saranno forse ipovedenti e ogni azione – la danza delle maschere, la possibilità del fruitore di interagirvi, la metamorfosi da performance ad happening – sarà affidata alla casualità. Poiché proprio il caos misterico è la variabile impazzita in grado di addensare attorno ad un evento l’aura iniziatica, il sapore arcaico, la funzione magico-rituale che la maschera in sé già conchiude.
«Queste dieci maschere d’oro vogliono te per indossarle – o fingere di indossarle – e poi vivere lo spazio in modo più profondo, con l’aiuto di tutti gli altri sensi», rivela Nio. Così, da elemento posticcio per un’evasione dalla realtà, la maschera diventa oggetto sensuale, sacrale e pop a un tempo, poiché aureo e insieme potentemente disintermediante.
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