Kevin Spacey reads Gabriele Tinti 'Divine Exhoes courtesy Mattia Zoppellaro, BKV, Milano, 2025
Occhi che si muovono velocissimi per capire dove si trova e tenere sotto controllo quello che accade e chi lo circonda. Sorride a tutti e ringrazia di continuo chi si avvicina, parla un pochino ma poi si sfila con rodata destrezza della star. È lo sguardo attento di chi conosce molto bene dove si trova e gli eventuali «pericoli» di un appuntamento del genere zeppo di giornalisti e di addetti ai lavori alla galleria BKV Fine Art di Milano.
La ragione è Gabriele Tinti, poeta e critico d’arte che fa parlare in versi le statue antiche e li fa recitare attraverso la voce di attori celebri. L’ultimo in ordine temporale è Kevin Spacey, che ha recitato Divine Echoes, un lungo componimento su un martirio fisico, ma anche esistenziale, che sembra averlo profondamente provato, tanto che a un certo punto si interrompe recitando: «My sin? This comedy». Un verso che non c’è. La «comedy» possiamo solo intuire sia il suo lavoro e la commedia umana che abita quel mondo.
La platea che lo ascolta stregata dal suo immenso talento che rende vivi i personaggi dei quadri che rappresentano San Sebastiano, il martire per eccellenza della storia dell’arte, interloquendo con loro spostandosi in modo concitato da uno all’altro come se avesse un’urgenza di dire, di parlare, di spiegare. Tanto da recitare un verso che non c’è e che parla di peccato.
È quindi inevitabile pensare al caso delle accuse e ai processi che lo hanno visto coinvolto per diversi anni, facendogli abbandonare quella serie di successo planetario House of Cards, e spendere circa 30 milioni di dollari per difendersi dalle accuse di molestie sessuali.
Un uomo ferito che dialoga con le ferite antiche di una iconografia che attraversa i secoli di pittura rappresentata nei quadri esposti in galleria da artisti a cavallo tra il 1500 e il 1600: Andrea Ansaldo, Luca Saltarello, Angelo Caroselli, uno attribuito al Lucchesino e uno a Filippo Vitale. Sarà un caso? Rimane il mistero. Non ci è dato sapere.
Sta un po’ in difesa quindi Kevin Spacey, attorniato dai suoi amici dopo la lettura della composizione. Il protagonista di American Beauty (due volte Premio Oscar) ed ex direttore dell’Old Vic di Londra (produsse e recitò un Riccardo III di Shakespeare memorabile) non parla molto (tantomeno di quello che gli è accaduto: al festival di Cannes aveva affermato «I still standing») ma è molto affabile e cortese, e così qualche informazione riesco a catturarla: Lei è un lettore di poesia? «Da sempre, naturalmente. Non si può vivere senza». E l’arte? «Anche quella, obviously». Pare che possieda qualche disegno di Picasso e opere di molti artisti americani contemporanei. Non lo dubitiamo: per essere attori sublimi non si può prescindere dal guardare al mondo e alle altre arti. Come è andata qui? «Io penso sia stata ok», risponde. «Arte e vita, arte e vita si alternavano, interagivano senza fermarsi», e muove le mani a indicare un andirivieni dall’opera a quello che c’era fuori. Interrogandolo sulla sua permanenza in Italia e sulla possibilità di nuovi progetti dice: «Ero a Rimini per ricevere un premio all’Italian Global Series Festival. Per ora no. Ma non rifiuterei mai un lavoro qui».
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