A pochi mesi dall’apertura della 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, una lettera firmata da 178 artisti, curatori e lavoratori della cultura coinvolti direttamente nell’edizione 2026 riaccende il confronto sul ruolo politico della manifestazione. Il documento, promosso dalla piattaforma internazionale Art Not Genocide Alliance – ANGA, chiede l’esclusione di Israele dalla Biennale, in relazione al conflitto in corso in Iran e in Libano e alle gravissime responsabilità di crimini di guerra, attribuite da organismi internazionali, perpetrate nel contesto palestinese.
In una mobilitazione interna alla Biennale stessa, tra i firmatari compaiono partecipanti ai padiglioni nazionali, artisti e curatori della mostra internazionale In Minor Keys, curata dalla compianta Koyo Kouoh, e numerosi art workers coinvolti a vario titolo nella produzione. Tra i nomi compaiono, tra gli altri, Caroline Dumalin, curatrice del padiglione belga, Miet Warlop, artista dello stesso padiglione, Rosana Paulino per il Brasile, Yto Barrada per la Francia, Nilbar Güreş per la Turchia, Binna Choi per la Corea, Oriol Villanova, Carles Guerra e Carolina Ciuti per la Spagna, Dries Verhoeven e Rieke Vos, artista e curatore del Padiglione Olanda, Eglė Budvytytė per la Lituania, Sophia Al-Maria per il Qatar, oltre ad artisti della mostra internazionale come Alfredo Jaar, Carolina Caycedo, Tabita Rezaire, Cauleen Smith e Himali Singh Soin. Una parte dei partecipanti ha scelto di firmare in forma anonima, dichiarando il timore di possibili conseguenze professionali e ritorsioni politiche o legali.
Nel testo, i firmatari affermano esplicitamente un «Rifiuto collettivo di permettere di dare spazio allo Stato israeliano mentre commette un genocidio», dichiarando di non voler condividere lo spazio espositivo con uno Stato accusato di pratiche genocidarie e di apartheid. La lettera richiama anche la lunga durata del conflitto, «Due anni e mezzo di genocidio aperto contro la Palestina», e colloca le responsabilità attuali all’interno di una traiettoria storica che risale alla Nakba del 1948, l’esodo forzato di più di 700mila arabi palestinesi, espulsi o fuggiti dalle loro case durante la prima guerra arabo-israeliana e la creazione dello Stato di Israele.
Un passaggio centrale insiste sul rapporto tra guerra e distruzione culturale: «Le forze sioniste uccidono, imprigionano e perseguitano artisti e operatori culturali palestinesi, radono al suolo musei, archivi e centri culturali», denunciando non solo la violenza sui corpi ma anche quella sulle infrastrutture simboliche. In questo senso, la richiesta di esclusione viene motivata come rifiuto di una forma di complicità: «Nessun artista o operatore culturale dovrebbe essere invitato a condividere un palco con questo stato genocida. ».
La lettera arriva in un momento di ulteriore intensificazione del conflitto in Medio Oriente, con operazioni militari che hanno coinvolto anche Libano e Iran, contribuendo a rafforzare il senso di urgenza espresso dai firmatari. Il documento si inserisce inoltre in una mobilitazione avviata già nel 2024, quando una prima lettera aperta aveva raccolto decine di migliaia di firme e portato alla chiusura del padiglione israeliano durante la precedente edizione della Biennale.
Parallelamente, la Fondazione Biennale si trova al centro di un’altra controversia: la riapertura del Padiglione della Russia, dopo la chiusura seguita all’invasione dell’Ucraina nel 2022. Questa ipotesi ha sollevato polemiche accesissime anche a livello politico, contribuendo a evidenziare una gestione delle partecipazioni nazionali percepita come non coerente. La lettera di ANGA richiama implicitamente questo scenario, parlando di «Doppio standard» e mettendo in discussione la neutralità dell’istituzione.
I firmatari ricordano come l’istituzione abbia in passato assunto posizioni nette, dal sostegno al boicottaggio del regime di apartheid sudafricano tra il 1968 e il 1993 alla condanna del golpe cileno del 1973. Alla luce di questi precedenti, l’eventuale mantenimento del padiglione israeliano viene interpretato come una frattura rispetto a una tradizione dichiarata di impegno democratico e antifascista.
Al momento, non è stata resa nota una risposta ufficiale da parte della Biennale. Tuttavia, la portata della lettera, per numero e profilo dei firmatari, contribuisce a ridefinire il perimetro del dibattito, riportando al centro una questione che attraversa sempre più spesso il sistema dell’arte contemporanea: fino a che punto e su quali livelli più o meno evidenti le grandi piattaforme culturali sono coinvolte nelle implicazioni dei conflitti globali.
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