(AP Photo/Riccardo De Luca, file)
Tra l’eco delle campane in festa e l’attesa mondiale scandita da meme virali e stormi di gabbiani sul tetto della Sistina, il mondo cattolico ha ricevuto la notizia: fumata bianca. Il secondo giorno di conclave, al termine di uno scrutinio sorprendentemente breve, ha dato al mondo il 267° Papa della Chiesa Cattolica: il cardinale statunitense Robert Francis Prevost, con il nome di Leone XIV. Teologo, canonista, poliglotta – parla sei lingue e legge latino e tedesco – Prevost incarna una leadership colta e pastorale.
Nato a Chicago nel 1955 da una famiglia di origini francesi, italiane e spagnole, Papa Prevost porta con sé una biografia che intreccia spiritualità agostiniana, missione in America Latina e governo della Curia romana. È stato infatti priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino per oltre un decennio e missionario in Perù, dove ha ricoperto ruoli pastorali, accademici e amministrativi. Al suo ritorno a Roma, ha guidato il Dicastero per i Vescovi e presieduto la Pontificia Commissione per l’America Latina. Francesco lo aveva creato cardinale nel 2023 e promosso all’ordine dei vescovi poco prima della sua scomparsa. La sua figura unisce dunque l’esperienza americana alla profonda conoscenza della Chiesa sudamericana, in continuità con l’impronta lasciata da Jorge Mario Bergoglio.
L’elezione di Prevost si è consumata rapidamente – solo due giorni e pochi scrutini, come accadde per Benedetto XVI e Giovanni Paolo I – ma arriva in un momento di grande complessità internazionale. In pieno Giubileo e nel contesto di quella “guerra mondiale a pezzi” evocata da Papa Francesco, il nuovo pontefice eredita una Chiesa che dialoga con le crisi del presente, chiamata a conciliare tradizione e apertura, diplomazia e annuncio.
Ho costantemente l’esigenza di creare delle forme esterne che risuonino con la mia dimensione spirituale interiore
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