Negli Stati Uniti, il mondo dell’arte rompe la sua consuetudine di prudenza nei confronti della cronaca e prende posizione in modo esplicito contro le violenze senza controllo delle recenti operazioni dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione: venerdì, 30 gennaio, decine di gallerie d’arte – a New York ma anche in altre città americane e nelle sedi europee – chiuderanno i propri spazi, aderendo a uno sciopero generale nazionale contro l’inasprimento delle politiche migratorie e l’uso della forza indiscriminata da parte delle autorità federali.
In molte gallerie d’arte, la chiusura non si è limitata a un gesto simbolico contro l’ICE. Alcuni spazi hanno messo a disposizione locali e materiali per la produzione di cartelli, poster e opere effimere da portare nelle manifestazioni di piazza, ad affermare il legame tra pratica artistica, attivismo e dissenso non violento. Nei giorni scorsi, avevano chiuso anche varie istituzioni culturali di Minneapolis, la “città santuario” – ovvero il comune che limita o nega la propria cooperazione con il governo nazionale nell’applicazione della legge sull’immigrazione – più colpita dalle violenze dell’ICE.
L’iniziativa nasce in risposta a un clima di crescente tensione, culminato nelle uccisioni di Renee Nicole Macklin Good e Alex Jeffrey Pretti e alimentato da denunce di abusi e detenzioni arbitrarie durante recenti operazioni condotte dall’ICE, a seguito della linea dura sull’immigrazione promossa dall’amministrazione guidata da Donald Trump che, nelle ultime settimane, ha riacceso il dibattito sul rispetto dei diritti costituzionali, dalla libertà di espressione al giusto processo.
A colpire è soprattutto l’ampiezza dell’adesione. Accanto ai grandi nomi del mercato internazionale – gallerie blue chip con sedi tra New York e Los Angeles – hanno deciso di abbassare le serrande anche numerosi spazi indipendenti e realtà più giovani, da Almine Rech, David Zwirner, Gagosian, Lelong, Kurimanzutto, Pace Gallery, Lehmann Maupin, Mendes Wood, Paula Cooper, a Magenta Plains, The Empty Circle ed Hesse Flatow, tra le numerose altre. Una convergenza che mette sullo stesso piano colossi del sistema e project space sperimentali, uniti dalla volontà di esprimere solidarietà verso le comunità più colpite da politiche di controllo migratorio che sono rapidamente – e prevedibilmente – scivolate in una repressione arbitraria e generalizzata.
Diversi operatori del settore hanno sottolineato come una mobilitazione di questa portata non abbia precedenti recenti nel mondo dell’arte, tradizionalmente restio a esporsi in modo diretto sul terreno politico. Tra i precedenti storici, il Day With(out) Art dell’1 dicembre 1989, l’iniziativa promossa dall’organizzazione no-profit Visual AIDS durante la crisi dell’HIV e in occasione della quale centinaia di istituzioni artistiche negli Stati Uniti chiusero i battenti. Una delle differenze sostanziali, rispetto a quella occasione, è la rapidità di coordinamento, amplificata dai social network e dalla circolazione immediata delle informazioni.
La protesta ha inoltre superato i confini statunitensi. Aderendo allo sciopero, alcune gallerie europee hanno voluto sottolineare la dimensione globale del tema, richiamando le proprie storie personali di migrazione e l’idea degli Stati Uniti come luogo storicamente fondato sull’accoglienza.
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