Il 12 agosto, a Santa Teresa Gallura, le rocce millenarie di Rena Bianca sono state imbrattate con disegni geometrici neri realizzati con bombolette spray. L’atto, consumato in un’area a vincolo paesaggistico, è stato denunciato dal deputato Dario Giagoni come «Vandalismo e incontentabile deturpazione ambientale». Nei giorni successivi, due turisti austriaci sono stati fermati mentre tornavano sul luogo per completare il loro intervento: ora sono indagati, con bombolette sequestrate e il rischio di una multa salata. Il gesto colpisce un ecosistema fragile, eppure solleva anche una questione più ampia: il nostro rapporto con l’arte nello spazio pubblico e il ruolo che il nome dell’autore gioca nella legittimazione o nella condanna di un’azione.
Ipotizziamo che su quelle stesse rocce fosse comparsa la firma di Banksy: le reazioni sarebbero state probabilmente opposte. Non più scandalo ambientale ma celebrazione internazionale. Non più la corsa a cancellare l’intervento ma la volontà di conservarlo. È già accaduto: a Londra e a Betlemme, i suoi stencil hanno trasformato muri marginali in icone turistiche, fino al caso di Slave Labour (2013), staccato da un edificio e venduto all’asta per oltre un milione di dollari.
Il problema, dunque, non è il gesto in sé ma il valore che la società decide di attribuirgli. Come aveva spiegato Pierre Bourdieu in Le regole dell’arte (1992), non è la qualità intrinseca a fare un’opera ma il riconoscimento simbolico che riceve all’interno del campo artistico. Così, un graffito anonimo diventa degrado, mentre lo stesso intervento, se firmato da un artista consacrato, viene valorizzato e protetto.
La vicenda di Rena Bianca è un banco di prova di questa ambiguità. Da un lato difendiamo con forza la tutela ambientale, dall’altro continuiamo a misurare la qualità di un segno in base al suo brand e al suo valore di mercato, accettando che lo stesso gesto possa essere chiamato “capolavoro” o “deturpazione” a seconda della firma.
Il paradosso è lampante: non difendiamo il paesaggio, difendiamo il mercato. Trasformiamo la ferita in reliquia solo se porta un nome riconosciuto. Forse la verità più scomoda è che la società non distingue tra arte e vandalismo ma tra vandalismo che paga e vandalismo che non produce valore. E allora, la domanda finale è inevitabile: quanto vale davvero un gesto artistico? Forse nulla, se non porta la firma giusta.
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