Il nostro tempo non fa che interrogarsi e interrogarci – anche – su quanto la tecnologia possa non essere soltanto strumento e diventare, al contempo, linguaggio. In tale dinamica concettuale persino una grammatica come quella del gaming esce dallo schermo per farsi pensiero estetico e attivo. Come accade grazie a Rise of Ruins, il progetto nato dalla visione di Fabio Viola e del collettivo TuoMuseo che, nel Parco Archeologico di Altilia Sepino, nel cuore del Molise, ridefinisce il rapporto tra archeologia e contemporaneità.
Il ruolo del giocatore lo porta a vestire i panni del direttore del parco, impegnato tra scavi, restauri, bilanci e mostre. Ma dietro alle complesse dinamiche di management, il videogioco propone una riflessione più profonda che interagisce con il patrimonio culturale non più come mero – e polveroso – bene da custodire, bensì quale dimensione da esperire nel presente.
In un’Italia che ancora fatica a considerare il videogioco come forma d’arte, Rise of Ruins compie un gesto culturale e poetico insieme. Il gaming design, con la sua architettura di immagini, musica e narrazione, è ormai un palinsesto digitale in cui si intrecciano linguaggi e visioni, dando vita ad ampi progetti capaci di appassionare e sviluppare attitudini di un elevatissimo numero di persone in ogni angolo del mondo, anche in una rete condivisa dalle piattaforme. È una grammatica che si misura con la partecipazione, in cui l’autore non è più solo chi crea ma anche chi gioca, decide, esplora, spostando i termini in prima persona e definendo i gradienti del coinvolgimento in un lessico dettato dalla prima persona, lessico teso sempre più verso una compartecipazione proattiva tra curatela e ciò che si definisce audience engagement.
Nel parco archeologico molisano, la “rovina” smette di essere inerte e destinata all’oblio per divenire oggetto e soggetto di un ecosistema interattivo, in cui la memoria acquisisce valore dinamico. Ogni scelta, ogni azione, nel gioco si traduce in gesto di responsabilità culturale, un vero atto simbolico di cura. Così l’archeologia, da disciplina del passato, si trasforma in laboratorio del presente e la tecnologia si fa dispositivo – in parte rituale – e spazio dove il tempo è materia da modellare. Rise of Ruins attua così un ribaltamento radicale della fruizione che passa dalla distanza del museo alla prossimità del gesto.
Ma Rise of Ruins è anche un progetto territoriale. Portare un videogioco in un’area interna come il Molise significa, di fatto, affermare che l’innovazione non nasce solo nei grandi centri ma anche nelle periferie culturali, laddove la memoria deve essere ancora materia vivida. Si tratta, in generale, di una azione simbolica di decentramento capace di restituire centralità ai luoghi considerati minori, proponendo un modello alternativo di sviluppo attraverso cui la cultura si propone come infrastruttura collettiva.
In tal prospettiva, il lavoro di TuoMuseo assume la forma di una curatela diffusa, un processo che fonde etica e meraviglia, gioco e conoscenza, mentre il pubblico è parte attiva di una narrazione transmediale. L’archeologia entra nel gaming, il gaming entra nell’archeologia, aprendo un nuovo capitolo nella relazione tra arte, tecnologia e comunità. In una sorta di equilibrio tra schermo e scoperta, Rise of Ruins ricorda che il videogioco non è soltanto evasione ma può diventare spunto di riflessione, non essere solo intrattenimento, ma farsi pratica culturale e non in una realtà parallela semmai potenziale strumento per interrogare il nostro tempo.
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