Dallo spiazzo antistante il campanile si entra trasversalmente nella navata centrale, dove prende avvio il percorso graduale verso la diverse ipotesi di ricostruzione esplorate da Sara Righi (Parma, 1971). Da un lato un’indagine sulle diverse valenze del concetto di ricostruzione, dall’altro l’esposizione di monumentali modelli in resina di opere realizzate per la prestigiosa committenza delle navi da crociera.
All’ingresso -disposti lungo l’asse longitudinale- si materializzano, mediante fasce metalliche ondulate, alcuni tratti di ipotetici sentieri, sospesi da terra mediante montanti leggeri. Su di essi statiche figure in alluminio, uguali per fisionomia (indistinta) e dimensione, sono posate isolatamente, come frammenti senza continuità lungo un tortuoso, liturgico cammino.
Al termine della navata l’artista colloca la proiezione concreta dell’abside mancato (nascosto dai pannelli perimetrali pertinenti all’allestimento) anteponendo la sua opera circolare, definita da celle modulari in gesso sovrapposte atte a delimitare un nuovo “campo sacro”.
Ogni candido vano passante è abitato da piccole sculture isolate o da agglomerati di esseri in terracotta abbracciati / legati fra loro o abbandonati, ma in complice riflessione. Brani di corpi e di pensieri, accennati, sognati, contemplati, sempre lievi, mai apostrofati. Solitudini anonime a cui il visitatore dà voce e identità, presenze essenziali ma intense, aggomitolate, aggrovigliate, sconnesse, fratturate, infine riassemblate.
Dietro all’abside sono collocati in serie altri segmenti di corpi umani in bassorilievo; si tratta di esseri lievemente femminili, spezzati e appesi in successione alle pareti.
Interessante anche Ricostruzioni (2001), posta nella nichhia laterale e composta da una schematica struttura a cubi in ferro arrugginito, presidiata da blocchi in terracotta da cui emergono tratti di donna solo accennati. Opera che l’artista aveva già impreziosito la mostra Intrecciano allestita presso il Foro Boario di Modena, due mesi or sono.
La ricerca di Sara Righi non può eludere i riferimenti, costantemente ribaditi, con le korai arcaiche, gli idoletti votivi antichi, le composte icone orientali, ma neppure le affinità con le fragili figure di Giacometti e con gli archetipi umani massificati e semplificati -sebbene più stravolti- di Antony Gormley.
Il percorso allestito è definito con cura dall’artista, nella collocazione spaziale, nelle luci e nelle melodie, così da conferire all’opera complessiva una forza determinata proprio dalla coerenza e dalla purezza del viaggio interiore intrapreso Un iter a cui lo spettatore accede per osmosi, ponendosi apertamente dentro alla dimensione dell’artista, senza urti.
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federica bianconi
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