Una nuova galleria ha aperto a Bologna a fine settembre. Si chiama St’Art, occupa un bellissimo spazio su due piani nella zona d’elite di via Castiglione, ed è stata ideata da tre soci che iniziano proprio ora a rapportarsi con il mondo dell’arte. Il che è un bene, in una Bologna fatta dalle sempre solite facce e dalle solite proposte. Al contrario St’Art sta cercando di trovare una formula nuova: apertura a nuovi artisti e a nuovi modi di concepire l’arte. Oltre al tentativo di coinvolgere il pubblico bolognese, che generalmente passata l’inaugurazione non si fa più vivo per un altro mese abbondante.
Qualche esempio? La galleria programma degli aperitivi in un attrezzato angolo bar al primo piano, ha spazi didattici per i bambini, organizza incontri culturali.
Ma passiamo alle mostre. Per questo secondo appuntamento le proposte espositive sono due. La prima è una coppia di giovani fotografi che usano la rielaborazione digitale per ottenere spazi suggestivi e irreali. La seconda è una proposta di pittura tradizionale, gli oli di Tiziano Bertacco. La prima mostra è quella più rappresentativa del filone che la galleria seguirà nei prossimi mesi.
Giampaolo Ossani e Claudio Lanconelli fotografano spazi a 360°. Librerie, teatri, cripte. Sulle foto, grazie a tecnologie digitali, riescono a ricostruire lo spazio intero in una superficie piana, che è poi ciò che viene esposto, l’opera completa. Il risultato è naturalmente ben diverso dall’originale.
Lo spazio viene ristretto, perché compresso per intero in una situazione bidimensionale, ma risulta anche allargato -quasi verso l’infinito- perché non se ne vede la fine. Si può immaginare che oltre il limite dell’opera esso continui -ancora e ancora- con una ripetizione innumerevole di moduli labirintici. Un mondo impossibile, quindi. E non potrebbe essere altrimenti dato che nel teatro di Ossani e Lanconelli i palchetti stanno di fianco al palcoscenico e una torretta sembra spiegarsi tra diversi corridoi e entrate. Si tratta di quei mondi onirici in cui –chi più chi meno– tutti ci siamo persi durante il sonno. Dove lo spazio è inseguito da altro spazio, rinchiudendosi su se stesso, senza mai terminare. Non arriva mai il momento dell’uscita. Ma non è detto che questo sia un male. Anzi, il prolungamento ideale degli ambienti e quindi del tempo diventa, in queste creazioni bilanciate ed eleganti, una sorta di rassicurazione.
carolina lio
mostra visitata il 3 dicembre 2005
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