Amoako Boafo a Palazzo Grimani: ritratti, identitĂ  e memoria ghanese dentro il Rinascimento veneziano

di - 31 Maggio 2026

Dal 6 maggio al 22 novembre 2026 Palazzo Grimani ospita la prima personale italiana di Amoako Boafo (Accra, 1984), che negli ultimi anni ha contribuito a ridefinire il linguaggio del ritratto contemporaneo. La mostra, prodotta da Gagosian e organizzata in concomitanza con la 61st Venice Biennale, prosegue la direzione con la quale il museo mette in relazione il presente con la propria identitĂ  storica.

Amoako Boafo, It Doesn’t Have To Always Make Sense, Museo di Palazzo Grimani. Installation View

L’arrivo di Boafo in laguna segna anche la definitiva storicizzazione di una linea della figurazione contemporanea a lungo letta attraverso il solo filtro del mercato globale. Fino a poco tempo fa gran parte di questa produzione veniva ricondotta al Black Figuration o Black Figurativism, etichetta usata per indicare artisti afrodiscendenti che riportavano al centro la presenza del corpo nero, in risposta alla sua marginalizzazione nella storia dell’arte europea e americana. Una categoria rapidamente assorbita da fiere, aste e acquisizioni private, con il rischio di ridurla a fenomeno identitario o speculativo. Se oggi questo lavoro appare riconosciuto dentro una genealogia più ampia, molto si deve a When We See Us, la grande esposizione ideata da Koyo Kouoh (1967–2025) per lo Zeitz Museum of Contemporary Art Africa nel 2022, poi itinerante tra Africa ed Europa, quasi un preludio alla sua Biennale. Insieme a Tandazani Dhlakama, Kouoh ripristinava un secolo di pittura africana e diasporica, riunendo oltre centoventi contributi attorno a temi come spiritualità, quotidianità, emancipazione, sensualità e gioia.

Amoako Boafo, It Doesn’t Have To Always Make Sense, Museo di Palazzo Grimani. Installation View

Il titolo rispondeva idealmente a When They See Us, la serie di Ava DuVernay (Long Beach, 1972) dedicata al caso dei Central Park Five, i cinque adolescenti afroamericani e latinoamericani accusati ingiustamente di stupro a New York nel 1989. Se quel “They” raccontava il modo in cui il corpo nero viene osservato, giudicato e stereotipato dall’esterno, il “We” ne rivendicava invece uno sguardo interno, autonomo e complesso.

Amoako Boafo, It Doesn’t Have To Always Make Sense, Museo di Palazzo Grimani. Installation View

Formatosi tra Accra e Vienna, Amoako Boafo (Accra, 1984) ha sviluppato uno stile immediatamente riconoscibile, veicolato dall’applicazione diretta del colore con le dita. Le sue effigi affiorano da superfici dense e materiche, mentre i volti, spesso frontali, richiamano a tratti la tensione psicologica della Secessione viennese, per esempio di Egon Schiele (1890 – 1918). Dopo il trasferimento in Austria, il confronto con la scarsa presenza di figure afrodiscendenti nell’immaginario occidentale lo ha portato a concentrare la propria ricerca sul ritratto come strumento di autorappresentazione. A Venezia i magnifici dipinti conversano con la tradizione pittorica veneziana.

Amoako Boafo, It Doesn’t Have To Always Make Sense, Museo di Palazzo Grimani. Installation View

Il tessuto poi percorre tutta It doesn’t have to always make sense, Boafo riprende damaschi veneziani e merletti di Burano, intrecciandoli con colori e motivi legati al Ghana. Anche la carta da parati dell’allestimento nasce da questo incontro, reinterpretando i motivi del damasco con quelli della bandiera ghanese. Utilizza inoltre la tecnica del paper transfer, introdotta recentemente nella sua pratica, trasferendo direttamente sulla tela texture e motivi ornamentali. Un video e alcuni testi poetici accompagnano il percorso, trasformando la mostra in un toccante racconto poetico e immersivo.

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