Certo è ammirevole che il Museo Carlo Zauli a Faenza porti un po’ di contemporaneo oltre la ceramica, che aiuti gli artisti faentini a confrontarsi con importanti nomi dell’arte internazionale e che proponga progetti espositivi di giovani talenti. Se non ci fosse, insomma, bisognerebbe inventarlo, perché alla piccola cittadina in provincia di Ravenna porta da solo una grossa fetta dell’intera spinta culturale di cui è animata. Ma questa mostra non convince del tutto. Una brava curatrice e tre altrettanto bravi artisti non sono bastati. Vediamo perché. Perché per una mostra che si intitola Lieve, avere come pezzo più ammirato una scultura in ceramica in cui una spigolosissima costruzione geometrica finisce giusto giusto nell’occhio di una bamboletta dall’aria romantica, è un po’ un controsenso. E questo era un magistrale Andrea Salvatori, i cui altri due pezzi suggeriscono ancora meno l’idea di leggerezza: una figura schiacciata sotto un enorme cubo da cui esce una poco tranquilla pozza di sangue e una bambola intrappolata in un imponente cratere vulcanico.
Passiamo alla seconda artista, Anna Visani, che con l’installazione Party lighting city decora la parete di una stanza di disegni, festoni e bandierine, lasciando in effetti come l’ombra di una festa, ma in cui il senso di levità può essere solo rintracciato nell’assenza di profondità. Infine, si arriva a Silvia Chiarini, che presenta una video installazione. Che la Chiarini sia brava, è indubbio. E anche lei non manca di suggestione. Il suo video digitale viene proiettato su plexiglas e consiste in una serie di pallini colorati che si muovono sullo schermo in modo caotico e che quando arrivano al bordo e ne vengono respinti indietro, rilasciano una nota musicale.
Un lavoro piacevole, ma forse un po’ limitativo rispetto alla sua ricerca. Basti pensare che la citazione che lo accompagna è una frase di Damien Hirst che recita così: “Quando faccio un quadro puntinato voglio che la gente che lo vede appeso al muro lo guardi, pensi ai colori e dica: Wow! Che bello”. Come probabilmente anche un novanta percento di tutti gli artisti e presunti tali.
Insomma, più che di lievità, si avverte un po’ di superficialità e di incoerenza. Detto questo, perché andare a vedere la mostra al Museo Carlo Zauli? Perché, lo ripetiamo, il Museo è un tassello fondamentale per la cultura di Faenza. E perché presenta il lavoro di tre artisti validi, anche se il tema scelto e il filo conduttore a tratti sembrano vacillare.
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Non è che il titolo è stato scelto per fare dello spirito? :P