Nel 1997 Richard Billingham (Birmingham, 1970) partecipò a Sensation, la storica mostra alla Royal Academy of Arts di Londra che consacrò il fenomeno della Young British Art. Partecipò con le disilluse foto che appena un anno prima erano state pubblicate nel volume Ray’s A Laugh e che descrivevano la realtà della classe operaia inglese. Un’umanità rappresentata come sciatta, povera, cruda, perdente, volgare, disperata, arrabbiata e spesso e volentieri mostruosa. Ma quello che ne faceva delle vere e proprie fotoshock era il sapere che provenivano dall’ambiente familiare dell’artista, che erano state scattate nella sua casa al padre alcolizzato, al fratello isterico e alla madre obesa con il corpo coperto di tatuaggi.
Sempre nel 1997, Billingham decide di uscire dalla propria casa per concentrarsi sugli esterni. E’ la serie che ritroviamo nella mostra oggi allestita a Bologna, di sapore sicuramente più soft, che indaga lo stesso ambiente con uno stile più sottile. Forse anche troppo. Per capire queste foto bisogna necessariamente conoscere i precedenti di Billingham, della realtà sociale in cui è nato e cresciuto. Solo così si può comprendere che la serie di paesaggi diurni del 1997 e quella di scenari notturni del 2003 non sono che il risultato di un passo fuori dalla soglia di casa.
Per descrivere queste foto, Renato Barilli, autore del testo critico della mostra, scrive: “sono squallidi giardinetti di periferia, sulle cui panchine potrebbero prendere tristemente posto dei poveri pensionati; o sono piccoli fazzoletti di verde dove un’infanzia negata alle vacanze potrebbe riempire le ore del tempo libero con qualche modesto gioco a palla”. Per dire di più: sono foto che chiunque abita in periferia potrebbe scattare senza tanta differenza. Con questo non si vuole affatto dire che siano foto poco significative, ma solo che sono nude e crude. Ed è questo ne fa delle opere riuscite.
Il discorso cambia nella serie di foto notturne, in cui i soggetti non cambiano, ma l’atmosfera smette di essere realisticamente abbandonata per trasformarsi nella perfetta scenografia di una puntata di Ai confini della realtà. Luci che provengono da angoli improbabili o impossibili, colori spettrali, tonalità troppo accese o troppo blande per essere naturali rendono, insieme ad altri artifici, lo squallore del giorno un territorio misterioso.
E ognuno può vedervi un mostro come un angelo, un fantasma come una fata, un sogno come un incubo. Proprio come si trasforma il mondo durante il sonno delle persone, magari di quelle che dormono al chiuso delle abitazioni fotografate.
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carolina lio
mostra visitata il 29 settembre 2005
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