«Amore antico, amica mia», così si apriva un pezzo dei Baustelle intitolato Amanda Lear. Cosa c’entra con Isabella Rossellini? Poco: per il genere di attinenza. Moltissimo: per la polisemanticità del suo non-mestiere e del suo essere qui e altrove, in compagnia perenne, superstite, inattaccata, discussa e infine secolarizzata; sempre al posto giusto nel momento giusto. Una volta un’amica mi disse: «Io vorrei reincarnarmi in Amanda Lear e tu?», e ancora oggi non mi capacito di come non mi sia venuto in mente di risponderle con: «Invece io in Isabella Fiorella Elettra Giovanna Rossellini, gemella di Isotta Ingrid, nata a Roma nel 1952 dall’unione mitologica di un dio patronimico e una dea norrena». Già, perché nel rossellinismo (termine mutuato dall’ottimo The Rossellinis, 2020) due entità pagane che sembra possano vivere solo sui libri di storia dello spettacolo, invece respirano, amano e, soprattutto, tradiscono. O meglio, è papà Roberto (Rossellini) a tradire le “sue” donne e anche mamma Ingrid (Bergman), in un ritornello (di sapore maschilista) da artista-uomo d’altri tempi. In questa funzionalissima, prestigiosissima famiglia disfunzionale Isabella prende in mano i suoi anni – la sua bellezza – e fa della gioventù e della presenza in loci, tutti giusti, il suo punto d’audacia.
Prende a lavorare con la matrigna, la costumista Marcella De Marchis, poi compare come suora in una piccolissima parte con Vincente Minnelli, fa l’inviata da New York per Quelli Della Notte di Arbore e in quel carrozzone ibrido tra avanspettacolo e Dada, conosce Luciano De Crescenzo all’epoca neo-autore di Bellavista, ex tombeur costiero (da ricordare le citazioni arboriane del “rimorchio”) ed ex ingegnere IBM. Tra i due nasce un amore, stanno per sposarsi mentre gli anni Settanta stanno per finire, ma Isabella va a New York dove incontra lo Scorsese barbato del periodo Raging Bull, così dice addio a De Crescenzo e il matrimonio lo fa con il regista italo-americano. Puf! Grazie a quel viaggio oggi noi abbiamo fotine fatte da Wim Wenders alla Monument Valley e fotone marroni di un matrimonio da album ritrovati nella soffitta di un ideale zio malavitoso, ma simpatico.
Qui l’aria è quella della mitologia che si rinnova: bellezza morbida, questa giovane figlia di esseri puramente nominali sposa un altro essere totalmente nominale; è la mitopoiesi del rossellinismo. Il matrimonio forse è troppo mitologico per durare e finisce poco più di due anni dopo; lei, intanto, colleziona servizi con super fotografi (praticamente tutti, da citare almeno Annie Leibovitz). Nel 1984 è per la prima volta in un film americano, ma il ruolo non è così rilevante come il successivo: nel 1986, Isabella è sembiante di Dorothy Vallens e canta – bene e male al contempo – la canzone di Bobby Vinton nel Blue Velvet diretto dal «più grande amore della sua vita» (parole sue). Lei e Lynch li immortaleranno in tanti modi, ma forse sarà proprio Leibovitz a fare lo scatto più iconico: quello in cui lui, matissianamente, sparisce. L’amore porta avanti la coppia fino al 1990, anno in cui il piccolo ma topico personaggio di Perdita Durango la rende più brutta e più bella contemporaneamente e ribadisce al pubblico quanto poco minutaggio basti per certe memorabilità.
Isabella è così, un astro autodeterminato dentro la vita, la sua, capace di fare l’amore con la mitologia dell’oggi, decidere le sorti di quelle storie e poi uscirne placidamente integra e definita, come una divinità romana con i tratti morbidi di una ninfa plebea. Appare in fiction strane come quella in cui si fidanza con il Mago Merlino interpretato da Sam Neill (Merlino, 1998), in passato è innamorata e innamorante nei più improbabili flirt (Gary Oldman come Christian De Sica), sempre tutelare di una testimonianza privilegiata ma preziosa, quella dell’indipendenza assoluta del sé. Vende pozioni magiche a Meryl Streep e Goldie Hawn, giace in monologhi sulla natura fatti di cartapesta (il suo Green Porno) e oggi siede nella sua magione – ex stalla – da qualche parte a Long Island, a tirare le fila della faticosa dinastia Rossellini di cui è leader indiscussa (vedere ancora The Rossellinis per credere) e infine, come nel suo debutto, torna a fare la suora (è Suor Agnes in Conclave, qui la recensione del film) per una candidatura a un Oscar da non protagonista che ha tanto il sapore del premio alla carriera. O meglio alla vita, la sua, buona per una reincarnazione. «Amore antico, amica mia».
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Complimenti per questo bellissimo ritratto di Isabella Rossellini. Ben scritto e mai banale. Molto bello.