Basic Instinct si apre con un omicidio che si consuma durante una scena di sesso: da quel momento, partono le indagini nei confronti di Catherine Tramell (Sharon Stone), una donna molto ricca e sempre velata di un alone di mistero intorno. La donna decide di sfidare la polizia e in particolare Nick Curran (Michael Duglas), un detective molto acuto ma molto contestato che ha, nel frattempo, una relazione con la psicologa del dipartimento criminale, Beth Garner (Jeanne Tripplehorn). La Tramell ha una relazione anche con una donna, che si rivela molto squilibrata e che perderà la vita in un incidente stradale dopo aver tentato di uccidere Nick, che nel frattempo ha intrapreso una relazione sessuale con Catherine. La storia si intreccia fino a scoprire gli assassini, ma lascia, soprattutto nel finale, un velo di incertezza sulla protagonista.
Catherine Tramell è una donna incredibilmente bella, affascinante, con molto gusto e molto ricca. Ha due lauree, di cui una in psicologia, ed è completamente sola al mondo perché i genitori sono morti in un incidente aereo. Ha all’attivo alcuni romanzi, uno in cui descrive la morte causata da un figlio ai genitori mediante la simulazione di un incidente; l’altro in cui il protagonista muore nelle stesse modalità del primo omicidio del film. Viene scelta come sospetta principale per avere una relazione sessuale con l’uomo che muore nella prima scena con le stesse modalità da lei descritte nel romanzo.
Sicuramente, l’aspetto che può colpire maggiormente della figura femminile di questo film è la sua indipendenza: è molto raro trovare, all’inizio degli anni Novanta, una donna che viene restituita come autonoma e indipendente, in possesso di auto sportive e con il pieno controllo delle sue risorse economiche. E non solo.
La seconda caratteristica davvero innovativa è la libertà sessuale, quella di avere rapporti con diverse persone, anche contemporaneamente, che siano rapporti omosessuali o eterosessuali non importa, purché l’aspetto che emerga è il controllo che questa donna riesce a ottenere nei confronti di questi amanti attraverso una sessualità prorompente.
La terza caratteristica è quella, perlomeno tentata, di aver puntato su una donna intelligente, dotata di grande complessità e particolarmente acuta nel gioco dell’ambiguità che persiste fino alla fine del racconto: la storia personale, la solitudine, il successo, la libertà sessuale ci propongono una femme fatale anni Novanta in piena regola.
Tuttavia, ci sono delle leggerezze e dei vizi, legati a una cultura ancora acerba sul femminile. L’amante della Turnell, Roxy, assume dei connotati estremamente negativi e viene proposta con caratteristiche di disturbo accentuato della personalità. Il personaggio di Nick ha delle connotazioni machiste abbastanza spiccate, sia perché incarna l’idea del poliziotto tormentato e con la fedina penale sporca, sia perché il suo rapporto con il femminile avviene prevalentemente sul piano sessuale e quello con gli amici/colleghi davanti a un drink al bar.
Infine, siamo ancora fermi al fatto che il maggior ascendente da parte delle donne nei confronti degli uomini sia quello sessuale, prescindendo da successo, lauree e altre possibilità seduttive di altra natura: la scena dell’interrogatorio (che, tra l’altro, pare che fosse stata inserita dal regista in modo inopportuno e senza consenso della Stone, senza mai capire se sono accuse reali o meno), così come molti alti passaggi, sono la dimostrazione che siamo ancora ben lontano da un’immagine della donna emancipata, complessa e completa e sappiamo tutti che, al giorno d’oggi, a quasi trent’anni di distanza dall’uscita di Basic Instinct, molte scene sono al limite dell’offesa di categoria, se non oltre.
Sharon Stone, Basic Instinct, 1992, regia di Paul Verhoeven
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