Ci troviamo negli Stati Uniti. La vedova Ellen Martin (Meryl Streep) perde il marito a causa di un incidente nel corso una navigazione di un lago. Dopo aver riscontrato alcune difficoltà con il risarcimento da parte della compagnia assicurativa, inizia a indagare su una frode che la conduce allo studio legale di Jürgen Mossack e Ramón Fonseca, con sede a Panama, che si occupa di gestire società offshore, che si barcamenano tra elusione fiscale, riciclaggio e alcuni ignari prestanome locali, come la signora Elena (Meryl Streep).
La storia dei paradisi fiscali esiste da un pezzo, come dimostrano i Panama Papers, il fascicolo che, dalla fine degli anni Settanta, raccoglie quasi dodici milioni di documenti riservati e appartenenti allo studio legale Mossack Fonseca con sede legale a Panama. Il fascicolo, passato nelle mani del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi nel 2015, è la raccolta completa della gestione di patrimoni e fondi provenienti da tutto il mondo, che coinvolge persone tra le più influenti a livello internazionale, tra cui capi di stato, multimilionari e imprenditori alla ricerca di una finanza creativa che consentisse di non versare troppe tasse, ma di creare ulteriore volume di denaro.
Nel film diretto da Steven Soderbergh, Ellen è una donna normale, una signora in pensione, che con il marito, a sua volta in pensione, cerca di godersi appieno gli scampoli finali di una vita da coppia americana: lavoro, tasse pagate, nessun debito, figlia sistemata, vita in provincia, amici, gite in giornata, viaggi. Una brava signora, che potremo identificare con una delle nostre mamme, magari con un outfit un po’ meno ricercato rispetto alle donne italiane, forse più assimilabile a quello di una turista tedesca che si incontra sul Lago di Garda.
Ellen è semplice, ma non è affatto stupida e non si vuole arrendere, in parte perché è contraria alle ingiustizie, in parte perché i suoi sogni si sono infranti: improvvisamente è sola, senza aver più l’uomo con cui ha condiviso un’intera vita di sacrifici e piccole quotidianità, e questa sua personale ricerca diventa un obiettivo che la sta portando lontano, fino a Panama.
Invece Elena, a Panama, è una signora che lavora nello studio legale Mossack Fonseca rispondendo al telefono, sostanzialmente per negare la presenza dei due soci. Da un giorno con l’altro, si ritrova a firmare un pacco di documenti diventando la nuova prestanome di diverse società, dopo che l’altra segretaria che lo faceva, anche lei a sua insaputa, è morta improvvisamente. Per risolvere il problema, a Elena viene prospettata una promozione di cui lei non coglie le sfumature e i vantaggi, dove è lampante come i due titolari sfruttino la mancanza di consapevolezza e conoscenza della popolazione locale per dare volume ulteriore, a basso costo, ai loro affari.
Meryl Streep, probabilmente una tra le attrici più importanti del mondo, ha attraversato la storia del cinema lavorando in film decisivi, con tantissimi registi e molti colleghi straordinari. Anche in questa occasione, offre una delle sue magistrali interpretazioni. Inizia da una normale cittadina onesta, in cui tanti si possono identificare all’interno di una quotidianità molto sicura. Poi la troviamo con un’altra donna, meno evoluta e con un contesto socioculturale diverso che è assolutamente riconoscibile, per poi finire con uno smascheramento e l’interpretazione di se stessa attraverso la rottura della quarta parete, per parlare direttamente al pubblico. Da un lato l’attrice e il suo talento, dall’altra la donna, le sue scelte e le sue opinioni, che, nel caso specifico, ricalca perfettamente la posizione sociale e le lotte che Meryl Streep ha da sempre sostenuto anche pubblicamente.
Meryl Streep, Panama Papers, 2019, regia di Steven Soderbergh
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