Un progetto editoriale e curatoriale accompagna i 30 anni di una delle ricerche più singolari del panorama della progettazione italiano. In occasione di miart e della Milano Design Week, L’arte in prima persona, promosso da Schiavi e CRAMUM, celebra infatti il percorso della sedia scultura di Carla Tolomeo, per restituire la complessità di una pratica che, a partire dalla metà degli anni Novanta, ha progressivamente ridefinito i confini tra arte, design e pratica artigianale.
Avviata nel 1996, la serie delle sedie-scultura segna una svolta decisiva nella ricerca dell’artista, già formatasi come pittrice e sostenuta, negli anni, dall’attenzione di figure come Giorgio de Chirico e Renato Guttuso. Da allora, l’oggetto quotidiano per eccellenza – la sedia – viene sottratto alla sua funzione originaria per diventare materia di trasformazione, dispositivo narrativo e forma aperta, capace di accogliere suggestioni naturali, memorie personali e visioni immaginifiche.
«La parola chiave è trasformazione. Dal 1996 parto sempre da un oggetto abbandonato, da una seduta che la società consumistica ha scartato, per restituirle una nuova vita. Perché la trasformazione è parte della nostra esistenza: è spesso dolorosa, a volte traumatica, ma necessaria. E soprattutto sta a noi provare a trasformare anche ciò che nella vita appare brutto o ferito in qualcosa di bello», racconta Carla Tolomeo a Sabino Maria Frassà, direttore artistico di Cramum. È proprio questo equilibrio a definire il cuore del progetto di Tolomeo, che individua negli oggetti scartati – sedie rotte, incomplete, segnate dal tempo – un potenziale latente, pronto a riemergere attraverso un processo che è al tempo stesso intuitivo e profondamente strutturato.
Non si tratta, tuttavia, di una semplice operazione di recupero ma di una vera e propria riscrittura del reale, che investe tanto la forma quanto il significato. «Sì, perché le cose non vanno subite: vanno cambiate, nel fare e non solo nel pensare. Perché una sedia non è mai soltanto una sedia; e, in fondo, nella vita nulla è mai semplicemente ciò che sembra. Bisogna capire che la realtà è spesso crudele e che spetta a noi provare a piegarla, a renderla migliore».
Nel lavoro dell’artista, la trasformazione non coincide con un gesto decorativo, ma con un attraversamento radicale della materia, che si traduce in forme animali, vegetali o fantastiche – delfini, pappagalli, tartarughe, rose – capaci di attivare una dimensione sospesa tra sogno e presenza. Un immaginario che non elude la realtà, ma la alleggerisce, aprendola a nuove possibilità percettive.
«Non si tratta di negare la realtà, ma di trasformarla in qualcosa che la alleggerisca, che la sottragga alla pesantezza, alla noia del quotidiano. Io faccio sognare a occhi aperti, perché la vita va vissuta, non solo pensata». A rendere riconoscibile questo linguaggio è anche un metodo di lavoro che rifiuta schemi rigidamente progettuali. Tolomeo procede per intuizioni, affidandosi a una percezione immediata delle proporzioni e dei colori, in continuità con la propria formazione pittorica. «Le sento. È difficile spiegarlo diversamente. Le sento, è un istinto. Anche in pittura ho sempre lavorato così».
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Nel tempo, questo processo ha dato vita a un corpus di opere coerente ma in costante evoluzione, capace di mantenere una forte identità pur attraversando variazioni formali e materiali. Una ricerca che ha trovato spazio in musei, gallerie e contesti internazionali, ma che continua a interrogare il rapporto tra funzione e immaginazione. Non a caso, le sedie di Tolomeo non rinunciano alla loro natura originaria. Restano oggetti abitabili, pensati per essere vissuti, oltre che osservati.
«Sì, certo. Devono essere usate. Se volessi fare un oggetto fine a sé stesso, farei scultura: ho lavorato il marmo, faccio ceramica. Qui invece voglio creare qualcosa in cui si possa vivere, qualcosa che possa far sentire felice chi lo incontra. Non solo contemplazione, ma esperienza».
A 30 anni dalla loro nascita, le sedie-scultura si confermano così come un dispositivo complesso, in cui arte e vita si intrecciano senza soluzione di continuità. Il progetto L’arte in prima persona ne restituisce oggi non solo la storia ma anche l’attualità, proponendo una riflessione sul potere trasformativo dell’arte e sulla possibilità, ancora aperta, di immaginare nuovi modi di abitare il reale.
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