Categorie: Design

DESIGN | Come è bello il marmo high tech

di - 10 Dicembre 2012

Sicuramente non è scultura, ma farebbe impazzire Michelangelo Buonarroti, che si recava personalmente nelle cave di Carrara per scegliere i blocchi di marmo da cui ricavare nuovi messaggi poetici. Non è scultura, non solo perché i litoidi sono usciti da tempo dalla scena artistica, ma perché la dimensione dell’installazione site specific ha impresso una nuova svolta al modo di intendere l’arte contemporanea.

Eppure la nuova frontiera del design d’arredo è rappresentata proprio dagli artefatti in materiale litico realizzati grazie alla fresatura a controllo numerico. Paradossalmente, l’innovazione tecnologica corre sul filo dell’arcaicità.

Per decenni marmi, graniti e pietre hanno occupato una posizione marginale nell’architettura – tenuti in considerazione solo per le loro prestazioni fisico-meccaniche e per una loro generica preziosità – e specialmente nel design, per il cui alveo essi risultano troppo pesanti e inficiati da lavorazioni troppo grossolane. Ma lo scenario cambia con l’applicazione dell’informatica tanto nella progettazione che nell’esecuzione di artefatti in marmo. L’introduzione del controllo numerico nelle operazioni di taglio ad acqua e di fresatura tridimensionale consente di ottenere forme mai sperimentate in passato e di attribuire alla materia litica un valore impensabile: la leggerezza. Dopo secoli di scalpello, l’erosione computerizzata sostituisce l’intervento manuale, consentendo ancora di ottenere la figura “per via di togliere”. Ma permette anche di assottigliare il materiale fino a spessori minimi, così come di realizzare intarsi, trafori minuziosi, curve mirabolanti e pattern dominati dalle asimmetrie. In particolare, la progettazione digitale consente di attribuire al blocco o alla lastra di marmo quelle forme fluide e organiche che caratterizzano le architetture alla grande scala e tanto design della contemporaneità.

La materia lapidea entra in un nuovo mondo sintattico, lontano dall’antico rigore del rivestimento in pietra. Dichiara solidità e immaterialità allo stesso tempo, in un esito percettivo di rassicurazione e di piacevolezza. Grazie a quella impalpabilità, la presenza dei piani in marmo in uno spazio interno può diventare perfino estensiva, con giochi texturali che solo una massa minerale può rendere “diversi”.

Di fronte a Marmomacc, fiera di settore un tempo noiosa e sterile, il Salone del Mobile di Milano rischia di apparire perfino obsoleto, poiché ancorato a un modo tradizionale di intendere l’arredo domestico. Quella fiera veronese, a cadenza annuale, è diventata la vetrina di sperimentazioni prodigiose, dove la materia più dura e più imperitura della storia umana diviene fluida, metamorfica, dinamica. La sega diamantata cede il passo alla punta rotante, come fosse l’arma più aggressiva di Goldrake.

Già negli anni Venti del secolo scorso, all’affermazione del Movimento Moderno, Mies van der Rohe arricchiva la semantica dei propri edifici rivoluzionari (per l’epoca, s’intende) attraverso sofisticatissime applicazioni di grandi lastre di onice. Quei rivestimenti verticali, posati a venatura specchiata, sprigionavano una bellezza che, nella precedente architettura classica, era quasi sempre appannata dalle incrostazioni e dalle superfetazioni decorative aggiunte dall’opera umana. In breve, sono proprio le superfici della modernità a mettere in luce delle risorse estetiche ancestrali. E il marmo perde di gravità per diventare un fatto grafico. Anche i confini tipologici tra gli artefatti vanno in dissolvenza: micro-architetture, geometrie scultoree e piccoli arredi monolitici possono riscrivere i codici del paesaggio domestico. L’artefatto marmoreo generato dalla fresatura non raggiunge la dignità di opera d’arte, ma possiede una solennità da mandare in crisi tutti i concetti associati alla dimensione della produzione seriale, che guardava in tutt’altra direzione. Il marmo è forse la plastica del nuovo millennio?

*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 81. Te l’eri perso? Abbonati!

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