Installazione ludica a Hong Kong, prog. New Office Works
Perfino il concetto di “decorazione” può essere travalicato. Ciò che appariva aggettivale, accessorio, ridondante in quanto ingombrante, in vari indirizzi della progettazione contemporanea appare perfino debole e superato da scelte espressive e tipologiche ben più audaci. La ricerca della personalità dei luoghi che viviamo genera registri formali assai ruggenti: soprattutto sui social media, emerge chi emette il ruggito visivo più forte, più diverso, più trasgressivo. Insomma, come nel fashion, diventa virale chi traccia imprevedibili percorsi alchemici.
Nel design contemporaneo assistiamo, da un lato, a una concezione degli spazi abitativi sostanzialmente ancorata a soluzioni distributive e – appunto – decorative assai timide, quasi a voler salvaguardare una sorta di bon ton senza tempo: lampade vintage, poltrone Mid-Century e colori pastello, senza contare la cucina minimalista.
Secondo una velocità completamente diversa viaggia il disegno degli spazi destinati alla collettività. Se negli anni ’60 del secolo scorso le proposte dinamitarde degli architetti radicali agivano principalmente sugli stili abitativi, ricercando immagini dinamiche e anti-borghesi, oggi la sperimentazione riguarda specialmente tutto ciò che non è privato. Lo skill vincente del designer è la capacità di seduzione attraverso geometrie, colori, luci e suoni ricombinati senza tabù, in un gioco delirante tra novità e citazione. Negli ambienti pubblici o a frequentazione allargata tutto è permesso, come se si trattasse di un’installazione artistica site-specific, dal carattere fortemente sperimentale e innovatore.
Paradossalmente, nel nostro cocoon privato, dove avremmo la massima libertà di scelta, cerchiamo atmosfere conformiste e rassicuranti, mentre la scena collettiva o pubblica è inondata da soluzioni sbalorditive, affascinanti, a volte ipnotiche. Da un murale su una facciata cieca al rooftop di un hotel a cinque stelle, l’ambiente artificiale diventa occasione di esperienza sensoriale e cerebrale. Se in casa cerchiamo la banalità (anche quando si tratta di oggetti, arredi e finiture di alta gamma), condividiamo con estranei, colleghi o compagni di scuola delle emozioni complesse.
L’ornamento non è più un delitto. Anzi, diventa esso stesso materia ontologica delle nuove realizzazioni in tema di scuole, co-working, parcheggi, biblioteche, metropolitane, ristoranti, fabbriche dismesse o anche solo allestimenti temporanei.
La stessa materia architettonica – per intenderci, intere zone di espansione urbana – diventa performance grazie a texture di materia e colore che, nell’ortodossia modernista del dopoguerra, sarebbero apparse eretiche. È il caso di Melbourne, vero e proprio laboratorio di linguaggio e di edifici stupefacenti poiché altissimi, super-cromatici, vere e proprie macro scenografie da visitare stando sul suolo o attraverso un drone.
Il pubblico (o anche solo collettivo) è vertigine. Oggi, alloggiare in un hotel non è solo per l’uso della località di riferimento ma significa esperire le risorse di entertainment polisensoriale veicolate dalla suite o da spazi come il lounge bar o al spa. O anche solo dal corridoio.
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