Laocoonte
Il fascino della porcellana ha radici antichissime. Si fa risalire alla Cina, secoli prima della nascita di Cristo. In Europa si iniziano a importare questi manufatti dal 1100. Sono soprattutto stoviglie che vanno ad adornare le tavole dei nobili. Ma è solo nel Settecento che in Europa si apprezzano sempre di più la qualità e la bellezza di questo materiale, definito, proprio per il suo candore e splendore, “oro bianco”, e si pensa a un suo utilizzo, per così dire, più nobile.
Si intrecciano molti elementi diversi in questa storia della porcellana che riguarda il nostro Paese. Elementi che, ancora una volta, rivelano la grande creatività dell’artigianato italiano. Oltre alle capacità imprenditoriali di chi, come Carlo Ginori, nel 1737, intravide l’opportunità di far diventare questo materiale, usato per la produzione di stoviglie e oggetti d’uso corrente (che nel frattempo, grazie all’aumento della produzione diventava accessibile anche alla gente comune), un veicolo prezioso per riprodurre oggetti d’arte e sculture di qualità , rifacendosi anche alle grandi opere del passato da Donatello a Michelangelo.
Ma questa è anche la storia di un’azienda che rappresenta un esempio di imprenditoria illuminata in quanto a Doccia, una località vicino a Sesto Fiorentino, le maestranze hanno la possibilità di organizzarsi, creano una Società di Mutuo Soccorso, si impegnano insieme per ottenere migliori condizioni di lavoro ma chiedono anche che venga realizzato un Museo a ricordo del loro lavoro: «Non solo pane ma anche rose» come diceva un famoso slogan. Questa sensibilità sociale e culturale è anche confermata da una testimonianza di don Milani – che partecipò ad alcune lotte operaie – citata proprio dal Presidente della Fondazione del Museo Richard Ginori della Manifattura di Doccia, Tomaso Montanari.
Il Museo di Doccia, voluto anche dalle maestranze, purtroppo è da tempo chiuso ma la buona notizia è che sono stati trovati i fondi per la sua riapertura che potrebbe avvenire nel 2025. Nel frattempo, la Mostra al Poldi Pezzoli rappresenta un segnale importante perché il Museo milanese espone già numerose opere provenienti dalla manifattura toscana, oltre a quelle di Capodimonte. Ed è quindi la cornice più adatta e prestigiosa per raccontare questa storia affascinante di “sperimentazione artistica ed eclettismo” come afferma il Direttore del Museo, Alessandra Quarto.
Ma la storia di Ginori e della sua fabbrica è interessante anche per l’intrecciarsi di vicende che vedono l’ingresso nella proprietà , alla fine dell’Ottocento, di Giulio Richard il quale darà nuovo impulso alla produzione grazie a due stabilimenti, uno a Milano, San Cristoforo, e l’altro a Mondovì, e per il contributo di un designer e architetto, allora giovanissimo, Giò Ponti, che grazie alle sue idee e al suo spirito innovativo favorirà decisamente la linea delle “ceramiche d’arte”.
Il viaggio che ci propone il Museo Poldi Pezzoli nelle sue sale è affascinante. Quattro ambienti nei quali sono esposte opere della prestigiosa manifattura toscana, che va dalle origini con le collezioni di pezzi per la tavola alle sculture del tardo barocco a Firenze, fino all’eclettismo e al gusto per l’esotico e, per ultima, la fase in cui la direzione artistica viene assunta da Giò Ponti.
Qualche opera da segnalare a chi visiterà la mostra: La Venere de’ Medici, le teste di Adriano e Nerva, il Laocoonte, l’Atlante che regge il globo terrestre, fino ai capolavori più recenti come le ciste, grandi vasi cilindrici, dipinti in policromia con ornamenti di gusto orientale, realizzati proprio sotto la guida di Giò Ponti.
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