Categorie: fiere e mercato

MIA carissima fiera

di - 3 Maggio 2012

MIA è nata l’anno scorso con il progetto di distinguersi dal consueto modello delle fiere italiane, evidenziando il ruolo che questo mezzo espressivo riveste ormai nel mercato dell’arte contemporanea. Di quali suggestioni, personali o professionali, ti sei nutrito quando hai cominciato a immaginare questa fiera?

«Ho iniziato questa avventura senza una strategia precostituita, senza un calcolo razionale, bensì sull’onda del mio amore per la fotografia e spinto dal fatto che la galleria “Fotografia Italiana”, a cui avevo dato vita con Nicoletta Rusconi, cambiava pelle aprendosi a nuovi mezzi espressivi. Con il cambiamento di obiettivi della galleria si veniva così a perdere una sponda verso la quale molti artisti/fotografi potevano pensare di dirigersi. Da lì ho cominciato a pensare a MIA: una fiera che, con il suo format e la sua vocazione all’immagine fotografica, mi permette di continuare a coltivare, in chiave più articolata ed estesa e senza limiti geografici, il mio interesse verso la fotografia».

Che tipo di risonanza ti aspetti, ora, da questa formula in termini di vendite e di consenso? Siamo nel bel mezzo della crisi, eppure affermate che MIA è la sola fiera in Italia a presentare un trend di crescita degli espositori – il 15% in più rispetto al 2011 – tanto da arrivare, alla sua seconda edizione, a dover fare una grossa selezione tra le numerose gallerie che si sono proposte non solo dall’Italia ma anche dall’Europa, dagli USA e dal Sud America.

«Mi aspetto senz’altro un aumento dell’interesse generale. Riguardo alle vendite, l’ottimismo è calmierato dalla presenza di una situazione economicamente faticosa, oggettivamente non facile, ma nonostante tutto credo che “la macchina” non si sia bloccata e che la gente abbia voglia di continuare a vivere, non solo a vegetare, e molti anche a interessarsi di arte. Probabilmente ci saranno dei cambiamenti nei soggetti che acquistano: coloro che erano abituati a spendere 100mila euro, ne spenderanno adesso 50mila, e quelli che spendevano 10mila euro ne spenderanno 5mila oppure mille, ma comunque la ruota continuerà a girare. Naturalmente la qualità delle opere offerte deve essere sempre tenuta in grande conto, proprio perché ci si rivolge ad un collezionismo abituato alla qualità e alla ricerca ma con meno disponibilità a spendere».

Ma praticamente come pensi di averli attirati i 250 espositori di quest’anno?

«Penso che abbiano deciso di partecipare a MIA proprio per la particolarità del suo format, per la sua specializzazione sull’immagine fotografica e, probabilmente, anche perché si sono sentiti garantiti da un comitato scientifico credibile anche a livello internazionale nonostante sia composto esclusivamente da personalità di nazionalità italiana».

Quindi in un sistema-fiere messo sempre più in discussione, la carta vincente è la specializzazione?

«In Italia, il sistema delle fiere è messo in discussione perché “drena” molte risorse ma, comunque, il suo ruolo nel sistema dell’arte è necessario. Probabilmente alcune fiere sono di troppo perché mancano di una identità precisa. Noi, al contrario, ne abbiamo una molto definita e stiamo pensando anche di rafforzarci con opportune alleanze internazionali. Attendo gente dagli Stati Uniti, infatti, e spero di darvi novità interessanti proprio durante i giorni della fiera».

Vale la specializzazione, ma anche i costi di partecipazione. Quanto pagano le gallerie per essere alla vostra fiera?

«I nostri costi sono molto competitivi. Da noi lo stand più grande costa 3500 euro più Iva. In questa cifra sono comprese anche trecento copie del catalogo personalizzato che realizziamo per ciascuno stand».

Uno stand per ogni artista e ad ogni artista il suo catalogo. Offrendo, in questo modo, la possibilità di visitare duecentocinquanta mostre personali, permettendo una migliore comprensione del lavoro dell’autore. Fabio, quanto conta artisticamente la fotografia e la video arte italiana e che tipo di risonanza credi che abbia a livello internazionale?

«La fotografia italiana ha uno stile che scaturisce dalla nostra storia e dalla nostra cultura. Abbiamo grandi maestri, come Luigi Ghirri che potrebbe essere annoverato tra i capiscuola della fotografia mondiale (così come lo sono i Becher per la scuola di Düsseldorf). Ghirri, in particolare, ha dato vita alla scuola emiliana che coinvolge altri autori straordinari, tra i quali possono essere annoverati Olivo Barbieri, Vincenzo Castella, Giovanni Chiaramonte, Guido Guidi, Toni Nicolini, Pio Tarantini e molti altri. Per non citare il nostro grande poeta dell’obbiettivo che è Mario Giacomelli, oppure Gabriele Basilico, Franco Fontana, Silvio Wolf: autori già noti a livello internazionale, ma non quanto si meriterebbero rispetto ai loro omologhi di altre nazionalità. La loro minore diffusione e notorietà è frutto dell’assenza di una politica culturale e di sostegno da parte delle istituzioni pubbliche che, attraverso i musei, potrebbero accreditare e svolgere la funzione di garanti verso la comunità internazionale dell’arte. Ma questo non è niente di nuovo, purtroppo la mancanza di sensibilità verso il mondo della cultura e dell’arte è uno dei problemi del nostro Paese».

Le istituzioni pubbliche locali non fanno nulla per MIA?

«Noi di MIA facciamo molta fatica a innestare un processo di coinvolgimento delle istituzioni pubbliche locali che potrebbero, invece, aiutarci a organizzare un evento in grado di produrre un formidabile indotto, come quello che, ad esempio, viene generato durante Paris Photo».

Allinearsi, dal punto di vista della tempistica, alla ultradecennale MiArt, non vi avrebbe fatto beneficiare di un passaggio maggiore di collezionisti?

«Visitare due fiere contemporaneamente è troppo faticoso. E poi i visitatori non avrebbero il tempo di gustare e sedimentare le scoperte e tutti gli stimoli che MIA può offrire».

Che cosa vuole Fabio Castelli, per il futuro di MIA?

«Vorrei riprovare a porre maggiore attenzione al video. Su questo mezzo, quest’anno, ho organizzato una mostra propedeutica, curata da Fortunato D’Amico, con un taglio di carattere anche didattico per far comprendere al pubblico la differenza di linguaggio tra un film maker e un artista che lavora con il video.  Vedremo come risponderanno i galleristi su questo tema».

di Marianna Agliottone

dal 4 al 6 maggio 2012


MIA – Milan Image Art Fair

SuperstudioPiù


via Tortona 27, Milano


Info:
info@miafair.itwww.miafair.it

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