Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna. Diceva la scrittrice britannica Virginia Woolf. E anche dietro Samuel Beckett si celano, neanche troppo, diverse figure femminili che hanno segnato la sua formazione e la sua vita. Questa è la prima impressione che si ha vedendo Prima danza, poi pensa, il biopic sulla vita di Samuel Beckett, firmato dal regista James Marsh, Premio Oscar per il miglior documentario nel 2008 per Man on Wire – Un uomo tra le Torri sull’impresa del funambolo Philippe Petit che nel 1974 camminò in equilibrio su un cavo teso tra le Torri Gemelle di New York.
Siamo a Stoccolma nel 1969, nella notte della consegna dei Premi Nobel. Quello per la Letteratura è stato vinto proprio dallo scrittore irlandese, «Per la sua scrittura, che – nelle nuove forme per il romanzo ed il dramma – nell’abbandono dell’uomo moderno acquista la sua altezza». Nella fantasia di Marsh, il drammaturgo sale sul palco, straccia la busta e scappa arrampicandosi sopra un palchetto che diventa una grotta, in cui incontra il proprio doppio, «Un luogo in cui Beckett fugge in un universo intimo e privato, intellettuale, quasi cerebrale, dove colloquia con un suo alter ego, l’Altro Beckett», come racconta il regista.
Il colloquio tra i due, interpretati dal camaleontico e magistrale Gabriel Byrne, verte su chi riceverà i soldi del premio. Seppur Beckett non sia mai andato a Stoccolma a ritirare quel premio – e donò il denaro al Trinity College di Dublino dove aveva studiato e insegnato -, risulta un divertente espediente dello sceneggiatore Neil Forsyth per riflettere sul tormento del senso di colpa che ha colpito lo scrittore lungo tutta la sua esistenza. Alla madre, la severa donna che l’ha cresciuto e sempre criticato? A Lucia, la figlia del suo maestro e amico James Joyce (interpretato da un ironico Aidan Gillen), che amava ballare e poi finita in manicomio, forse proprio a causa sua? Alla compagna di una vita Suzanne (interpretata dalla talentuosa Sandrine Bonnaire), che ha creduto in lui quando lui stesso voleva smettere di scrivere, ma che Beckett ha cinicamente tradito? A Barbara Bray (Maxine Peake) giornalista della BBC diventata amante dello scrittore drammaturgo, ma alla fine rimasta sola?
Attraverso il film possiamo sbirciare e curiosare nella vita che il grande scrittore ha sempre tenuto protetta e riservata dal clamore mondano, con la speranza di poter meglio decifrare le sue enigmatiche opere e riuscire a leggere tra le righe i significati di alcune pietre miliari della drammaturgia contemporanea. Ma invece, per scelta registica, la scrittura rimane in secondo piano, non è indagata o approfondita. Per esempio Aspettando Godot è liquidato con un semplice “è un capolavoro”, mentre Barbara Bray, sdraiata a letto insieme a Beckett, finisce di leggere il copione dell’opera. Una scelta che sembra dare per scontato che le opere siano la diretta conseguenza degli avvenimenti e dei sensi di colpa della sua vita, a cui lo spettatore partecipa a pezzetti e senza mai addentrarvi.
Forse risulta un po’ riduttivo condensare la vita di uno dei più grandi scrittori del Novecento nella sequenza delle “sue donne”, con il rischio di appiattire la complessità , della vita così come della sua scrittura.
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Viaggiare è una grande fuga dalla solitudine.