Il valore della curiosità

di - 13 Luglio 2017
Parla a tutto tondo Alice Bergomi, responsabile del master biennale e dei corsi di Fondazione Fotografia Modena. Raccontandoci dell’importanza della “curiosità” per chi si approccia all’uso delle immagini come professione, e dell’evoluzione del concetto di “fotografare” avvenuto, nel corso di questi anni, anche tra gli stessi studenti.
Sono diversi anni che lavori all’interno di Fondazione Fotografia Modena. La mostra di fine corso, il Summer Show di quest’anno, si intitola “Crinale”. Scrivono gli studenti: “Crinale perché sappiamo di trovarci ad un punto di svolta, è un punto di arrivo e di partenza al tempo stesso, un confine che separa due spazi e tempi diversi. Allude ad un rischio, ma anche alle connessioni tra le nostre diverse identità. É giunto ora il momento di essere pronti alla vista che, raggiunta la vetta, ci si apre davanti agli occhi”. Ci racconti, in base a quello che hai visto in questo tempo, se e come è cambiato l’approccio dello sguardo e alle immagini degli studenti del corso biennale?
«Dal 2011, quando abbiamo aperto la prima edizione del master, abbiamo riscontrato una progressiva apertura dei nostri studenti nel proprio modo di intendere la fotografia: se nelle prime edizioni era evidente un forte legame con la tradizione fotografica in senso stretto oggi in mostra troviamo numerosi lavori che – pur collocandosi all’interno di un discorso sull’immagine – dialogano in maniera fluida con i linguaggi dell’arte contemporanea e con i diversi ambiti della cultura visuale. Quella che la fotografia oggi sia una forma di espressione a tutto tondo, che supera una rigidità di genere e di medium, muovendosi liberamente tra diverse forme di presentazione e ibridando i codici visivi, è una consapevolezza che accomuna molti di coloro che scelgono di frequentare il nostro corso, proprio perché negli anni ci siamo specializzati in questa direzione. I due anni che compongono il master sono un importante percorso di crescita personale e di maturazione delle proprie idee, che si riflette anche nel tipo di lavori che gli studenti scelgono di presentare a fine anno. Se molti dei lavori mid-term rimandano a una dimensione intima, concentrandosi sulla sfera famigliare e la propria memoria personale, la mostra di fine corso presenta visioni più ampie: chi continua un lavoro di tipo introspettivo spesso trova un linguaggio meno autoreferenziale e capace di rimandi universali; altri invece spostano l’oggetto delle proprie ricerche verso ambiti differenti, costruendo nuove relazioni con la realtà e offrendo sguardi attenti su ciò che ci circonda».
Anna Stuedeli, ZHdK Beauty Is Terror, 2016
Con il nuovo comitato scientifico avete aperto collaborazioni e anche realizzato delle vere e proprie spedizioni per “riportare” in immagini lo stato attuale della storia, e penso ai due viaggi in Grecia dello scorso anno. Ora invece una sezione della mostra è riservata ai lavori prodotti dai docenti e dagli studenti della Tokyo University of the Arts che sono stati in residenza alla scuola di Fondazione Fotografia Modena. Ci racconti di come è stato questa unione tra Emilia ed Estremo Oriente?
«La residenza rientra in una collaborazione più ampia che prevede scambi di docenti e studenti. È una pratica di collaborazione che abbiamo utilizzato e tuttora utilizziamo con altre scuole (per esempio, il Royal College of Art di Londra) e che consente di inserire Fondazione Fotografia in un circuito internazionale di università e accademie. In modo differente rispetto alle residenze d’artista che offriamo ai nostri studenti, il progetto vuole essere un vero e proprio scambio di visioni, approcci e metodi didattici, risultando proficuo al tempo stesso per gli studenti, i docenti e lo staff. In occasione di questa prima parte dello scambio con la Tokyo University of the Arts abbiamo ospitato 3 docenti e 4 studenti: ciascuno di loro ha prodotto un lavoro durante il mese di residenza. Per tutti è stato interessante trasferire il proprio modo di lavorare dall’altra parte del mondo, in un contesto molto diverso, e adattarlo alla realtà di Modena. Molto positivo è anche lo scambio con i nostri studenti: alcuni di loro andranno a Tokyo a gennaio e avranno modo di fare una mostra lì. Inoltre, tra i docenti del prossimo anno a Modena, ospiteremo come visiting professor Tokihiro Sato».
Patrick Pollmeier, Bielefeld, The Paper has no Profil, 2017
Che cosa non dovrebbe mai dimenticare un giovane che si approccia alla fotografia per farla diventare una professione dell’arte?
«In primo luogo è importante tenere a mente che il linguaggio dell’immagine possiede una peculiare complessità, che la mette in relazione da un lato con le pratiche dell’arte e dall’altro con i diversi ambiti della realtà. Il suo carattere di immediatezza non va confuso con una facilità di interpretazione ma al tempo stesso può aprire la strada a molteplici possibilità. Detto questo, non è possibile credere che esistano ricette già pronte: ciascuno deve costruire da sé il proprio percorso. In questi anni abbiamo visto crescere numerosi nostri ex studenti. Ad accomunarli sicuramente c’è una grande curiosità nei confronti dei vari linguaggi e del mondo in generale, così come la voglia di sperimentare nuovi ambiti, impegnandosi al contempo a costruire un solido impianto concettuale per la propria ricerca. Infine, non bisogna mai smettere di studiare e di tenersi aggiornati sulle ricerche e le pratiche in corso, frequentando rassegne, mostre e festival internazionali».
Intervista di Matteo Bergamini

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