Zoe Paterniani

di - 13 Luglio 2017
Nata nel 1991 a Pesaro, laurea in Storia della Fotografia al DAMS di Bologna, la ricerca di Zoe Paterniani è intesa come esito di un processo performativo e di un’esperienza relazionale: la fotografia diventa così, anche una pratica strettamente quotidiana condotta nello spazio a-progettuale del diario condiviso. Come una giovane Nan Goldin, tra i vari progetti, ha cercato di indagare la solitudine dei millennials, fotografando coetanei alle prese con la vita di coppia domestica, o intima, «nel tentativo di colmare un vuoto e di comprendere come la mia generazione precaria, cresciuta in un sistema comunicativo e mediale che non contempla lo stare soli, affronti questo stesso vuoto».
Zoe Paterniani, quest’anno però è anche la vincitrice di EPA – European Photography Award 2017 – il prestigioso riconoscimento internazionale, istituito dalle maggiori scuole di fotografia europee, che viene assegnato agli studenti più meritevoli dell’anno accademico in corso e di cui anche Fondazione Fotografia Modena, dal 2015, è entrata nel circuito delle scuole che assegnano l’EPA.  Tra i finalisti di quest’edizione, sempre dalle aule emiliane, c’è anche Viviana Vitale.
Cosa ti aspettavi dall’esperienza del master di Fondazione Fotografia Modena? Come si è articolato il tuo percorso all’interno della scuola e cosa pensi ti abbia lasciato?
«Quando ho iniziato il master speravo di uscirne con due o tre lavori finiti e convincenti, e di trovare la mia identità artistica o che quantomeno sarei stata più agile nel descrivere la mia ricerca e i miei processi. Questo è successo nel modo meno ovvio, con un percorso non lineare fatto anche di svolte improvvise, di frustrazioni e di sorprese. Oggi finisco con il doppio delle domande e degli interessi, con la stessa scarsa coerenza dell’inizio, ma con una percezione più organizzata e ordinata di tutto questo. Il confronto costante con i colleghi e coi docenti è preziosissimo: a me è servito soprattutto ad accettare le imperfezioni e le mancanze e ad includerle nel mio lavoro».
Zoe Paterniani FFM, Deriva, 2017, Francesca
Com’è nata l’idea del progetto Jordan General Elections con cui hai vinto l’European Photography Award 2017?
«Ero in Giordania per una residenza d’artista, grazie ad un accordo fra Fondazione Fotografia e Darat al Funun. Il lavoro è nato facendo lunghissime passeggiate per Amman, e scattando nel frattempo. Poco a poco mi sono accorta che i poster erano contemporaneamente un fattore di disturbo in tutte le foto che facevo ma anche l’unico elemento ricorrente fra zone diversissime della città; nei manifesti elettorali gli slogan erano scritti solo in arabo e quindi erano per me totalmente illeggibili, al tempo stesso il linguaggio visivo era estremamente esplicito e quindi il lavoro è stata un’occasione di riflettere sui rapporti fra immagine e parola. La fanzine è stata l’esito naturale di questo processo: è un contenitore provvisorio e immediato per un mappa temporanea della città e mi ha permesso di restituire qualcosa alle persone che mi hanno accolta e supportata».
Che consigli daresti a un giovane fotografo come te che ha scelto di intraprendere questo percorso?
«Non so se esistano consigli utili per la pratica artistica che è molto personale e soggettiva, ma sono convinta che la fotografia viva di tutto ciò che è altro da se stessa, quindi: leggere, studiare, guardare, parlare e vivere il più possibile. Andare alle mostre e ai festival, incontrare i fotografi (molti dei quali sono più disponibili e accessibili di quanto si creda) e non confinarsi nella convinzione che essere fotografi sia l’unica pratica possibile legata all’immagine, che è fatta di competenze e professionalità molto diverse fra loro e tutte estremamente affascinanti. Usare la fotografia come un pretesto per fare tutto quello che non potreste fare altrimenti!».
Intervista di Nicoletta Graziano

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