K!, Kublaiklan, apertura 2026 © Matteo Losurdo
In via Principe Tommaso 11D ha aperto K!, il nuovo spazio del collettivo curatoriale Kublaiklan interamente dedicato alla fotografia collaborativa e alle pratiche partecipative legate all’immagine. Pensato come luogo di ricerca, formazione e produzione culturale aperto alla città, ospiterà residenze, workshop, talk, attività educative, mostre e restituzioni collettive, con una particolare attenzione all’educazione visiva e alle narrazioni condivise. Ad aprire il programma è La Cornuda de Tlacotalpan di Emilio Nasser, visitabile fino all’8 maggio 2026, progetto che rilegge una leggenda orale messicana attraverso l’immaginazione e il coinvolgimento diretto della comunità. Un esordio che chiarisce subito la direzione del progetto: fare della fotografia non soltanto un linguaggio, ma una pratica di relazione.
Perché Torino, e perché adesso?
«Torino è una città con una lunga storia e una certa sensibilità verso l’arte sociale e partecipativa. Negli ultimi anni le iniziative legate alla fotografia sono aumentate considerevolmente, tanto che oggi si può considerare a tutti gli effetti la capitale della fotografia in Italia. Detto questo, Torino è anche la città in cui vive una parte del collettivo, quindi per molti versi è casa, così come lo è San Salvario, il quartiere in cui abbiamo aperto K!. Ubicato accanto alla stazione di Torino Porta Nuova e a pochi minuti dal centro, San Salvario funziona un po’ come una cerniera tra il centro storico e la periferia. È un quartiere multiculturale che, negli ultimi vent’anni, ha attraversato diverse fasi di trasformazione e riqualificazione. Qui ci sono anche diverse realtà legate alla fotografia, con cui abbiamo già collaborato in passato. Eppure, nonostante questo fermento culturale, esiste una lacuna, sia a livello locale che nazionale, negli spazi dedicati alle pratiche partecipative legate all’immagine. Ed è proprio da qui che nasce l’idea di K!, uno spazio dedicato interamente alla fotografia collaborativa».
Come pensate di evitare che K! diventi, anche involontariamente, un dispositivo di legittimazione estetica della gentrificazione culturale?
«K! per noi è innanzitutto un avamposto, uno spazio che vuole mostrare come, attraverso un lavoro collettivo sull’immagine e processi partecipativi ad essa legati, sia possibile creare momenti di scambio e condivisione tra i membri di una comunità che vadano proprio a contrastare quel processo di gentrificazione spesso facilitato da iniziative culturali calate dall’alto. Con il nostro lavoro ci proponiamo di intervenire proprio su quello scollamento che l’individuo contemporaneo avverte nei confronti dei luoghi che abita e della comunità di cui fa parte. Crediamo che la risposta risieda, concretamente, nella capacità dell’arte di generare relazioni, laddove la società capitalista in cui viviamo tende invece a isolare l’individuo. Una fotografia pensata come dispositivo di interazione tra le persone non può che produrre confronto autentico ed esperienze tangibili, al di là della sua dimensione estetica. In questa prospettiva, la fotografia esprime un forte potenziale critico, soprattutto quando esce dai musei e dai contesti tradizionali dell’arte per confrontarsi direttamente con il territorio e con chi lo vive. È risaputo che parole come collaborazione, inclusione, cura e comunità vengano spesso impiegate, e talvolta abusate, senza una reale consapevolezza del loro significato. Etichette che servono per contestualizzare i progetti artistici contemporanei in tendenze di settore. Crediamo che ciò che fa davvero la differenza sia il tempo che si sceglie di investire nei progetti, la qualità dell’ascolto e la capacità, tutt’altro che scontata, di mettere da parte il proprio ego artistico».
Avete scelto di inaugurare con La Cornuda de Tlacotalpan di Emilio Nasser, un lavoro che intreccia leggenda orale, immaginazione collettiva e dispositivo fotografico. Che cosa c’è nel suo metodo che vi è sembrato esemplare, quasi programmatico, per dichiarare fin dall’inizio l’identità di K!?
«La Cornuda per noi è una vera e propria dichiarazione di intenti, per diversi motivi. È un progetto semplice e immediato, sia a livello estetico che processuale. È anche il primo lavoro in cui il fotografo, Emilio Nasser, sviluppa una piena consapevolezza dell’importanza di instaurare un rapporto paritario con i soggetti delle sue fotografie. È la dimostrazione che un altro modo di fare fotografia è possibile. È inoltre un lavoro che, nella sua immediatezza, riesce a parlare a pubblici diversi, ciascuno vi si avvicina per ragioni differenti. All’inaugurazione, ma anche nei giorni successivi di apertura, sono state tantissime le famiglie con bambini a visitare la mostra, e per noi questo è un risultato significativo».
Oggi molte istituzioni parlano di partecipazione, ma spesso il coinvolgimento delle persone resta una cornice retorica, o peggio una scenografia morale. Quali strumenti vi siete dati per distinguere un processo realmente condiviso da una semplice estetizzazione della prossimità?
«Soprattutto quando si parla di fotografia, cadere nell’estetizzazione, o peggio ancora nella banalizzazione, è sempre un rischio molto concreto. Crediamo che il punto stia in due aspetti. Da una parte, il dialogo con gli artisti e le artiste, approfondire la loro pratica attraverso un confronto diretto è fondamentale per capire davvero quali siano gli intenti e il posizionamento del lavoro. Dall’altra, Kublaiklan è molto impegnato nell’educazione visiva e nella collaborazione con scuole e adolescenti. Questa componente educativa si traduce necessariamente in un senso di responsabilità trasversale rispetto a tutto ciò che facciamo. Certo, esistono casi in cui la collaborazione è più intensa e altri in cui lo è meno, diversi livelli di interazione. Ma questo fa parte della ricchezza degli approcci, della possibilità di lavorare in modi differenti. Ogni progetto può raccontare una forma diversa di relazione e di scambio, mettendo in discussione, prima di tutto, le dinamiche di potere tradizionali tra chi fotografa e chi viene fotografato».
Ogni pratica che voglia sottrarsi al controllo totale deve accettare un margine di rischio. Quale forma di “fallimento” siete pronti a tollerare pur di non tradire l’idea di fotografia collaborativa?
«I processi collaborativi implicano necessariamente un’apertura all’imprevisto, il progetto finale prende forma attraverso le relazioni e i contributi che ciascun partecipante porta con sé. Questo potenziale rappresenta una grande ricchezza, ma richiede anche una reale disponibilità all’ascolto e la capacità di accogliere esiti inediti, senza imporre una visione curatoriale rigida. Si tratta piuttosto di accompagnare, con attenzione e responsabilità, tanto l’artista quanto la comunità lungo il percorso. Ciò che resta, per chi partecipa, è soprattutto l’esperienza del processo, è lì che si sedimenta il vissuto personale, ed è per questo che lo consideriamo il cuore del progetto. L’output finale è certamente rilevante, ma più per il suo valore simbolico. Ed è forse proprio qui che si presenta la sfida più complessa, come restituire la ricchezza e la complessità del processo in una forma che mantenga anche un’elevata qualità artistica? A questo proposito, più che di fallimento, ha senso parlare di compromesso. Dopotutto, ogni pratica collaborativa si fonda inevitabilmente su un equilibrio sottile fatto di negoziazioni».
Nella vostra visione la fotografia non sembra più limitarsi a produrre immagini, ma sembra voler costruire legami, attivare consapevolezza, generare spazi di relazione. Esiste, per voi, un punto preciso in cui la fotografia diventa una vera e propria infrastruttura civica?
«Se “maneggiata con consapevolezza”, la fotografia può diventare uno strumento di consapevolezza civica, capace di innescare riflessioni sul nostro ruolo nella società e di aiutarci a percepirci come parte di una comunità, non soltanto come individui isolati. Tuttavia, in quanto strumento, non può sostituirsi alla responsabilità politica di chi amministra e governa la società. Può certamente contribuire a ricucire le fratture tra individuo e collettività, sensibilizzare su temi cruciali ed evidenziare le fragilità del mondo in cui viviamo, ma definirla una “infrastruttura” significa collocarla sullo stesso piano dell’azione politica, attribuendole un ruolo strutturale che non le appartiene pienamente. Il suo valore è indubbiamente politico, ma senza un intervento concreto delle istituzioni rimane solo uno stimolo iniziale, che non produce realmente un cambiamento concreto, se non a lungo termine. Per questo riteniamo fondamentale agire sull’educazione, è lì che si piantano i semi per un futuro diverso, parlando alle generazioni che domani decideranno per noi».
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