Categorie: Fotografia

Giorgio Cutini, contro la descrizione: cicli fotografici a Villa Pisani di Stra

di - 12 Febbraio 2025

Permanenza e dissoluzione. Dissoluzione e permanenza. Su questo equilibrio, che scandisce il ciclo delle stagioni e della vita, si articola Cutini. Canto delle Stagioni, un’intensa meditazione fotografica di Giorgio Cutini (Perugia, 1947) – cofirmatario nel 1995 del Manifesto Passaggio di Frontiera assieme a Gianni Berengo Gardin, Mario Giacomelli e altri autori – sul tempo e sull’esistenza. Curata da Francesco Trentini negli spazi di Villa Pisani a Stra (Venezia), la mostra, visitabile fino al 16 marzo 2025, raccoglie circa 100 scatti in gran parte realizzati dal fotografo perugino negli ultimi dieci anni di attività, rappresentando un’importante occasione di bilancio artistico e insieme di introspezione personale.

Giorgio Cutini, Viale delle idee, 1995, in Inquietudine

Contro l’inerzia di ogni poetica descrittivista, vincolata all’aderenza ossessiva dell’immagine al dato fenomenico e ai rigorismi tecnici, Cutini orienta la sua ricerca verso un linguaggio che non riproduce, bensì trasfigura, facendosi portatore di una percezione altra, libera, fondata sulla soggettività dello sguardo. L’immagine non è documento, ma segno di un attraversamento; dispositivo e al contempo spazio di svelamento dell’esperienza interiore.

Quattro le sezioni che scandiscono questo percorso di scardinamento della visione ordinaria, enfatizzato, come rileva Trentini, dalla monumentalità e dal gioco perturbante delle simmetrie esasperate dalla residenza settecentesca, oggi sede museale.

Inquietudine apre il cammino con immagini spezzate, presenze instabili, sospese. La natura è già qui riconosciuta come territorio in cui sprofondare, luogo dell’ascolto e del rifugio di un io definito, ma irrequieto e precario, ancora trattenuto nel campo dell’inquadratura. È il tempo del primo osservare, della meraviglia e della ricerca.

Giorgio Cutini, Serenità, dalla serie Egl’io, 2017-2022, in Solitudine

Una ricerca che trova approdo iniziale in Solitudine, dove l’umano scompare per farsi traccia depositata in quella dimensione naturale che a sua volta lo nutre e lo informa. Il corpo e le sue risonanze interiori si fanno carne del mondo, trovando nell’albero della serie Egl’io (2017-2023) un alleato inesausto, confine poroso tra il sé e ciò che lo circonda.

Giorgio Cutini, Bianco, 2022-2023, in Silenzio

Ma a segnare il momento di massima compenetrazione sono le opere magnetiche di Silenzio. Il paesaggio appenninico, svuotato progressivamente di riferimenti certi, diventa spazio astratto, in cui il visibile si frantuma tanto nella luce accecante quanto nell’ombra più cupa. Dietro l’obiettivo fotografico, il vuoto: l’io pare ormai disciolto nelle forme essenziali e diafane della vastità montana, compartecipe della sua purezza primordiale, pre-individuale. La terra non è più riparo, né specchio, ma spazio mentale rarefatto, spazio del sublime pacificato.

Giorgio Cutini, Nero, 2022-2023, in Silenzio

Ecco allora che, al punto di massima dissipazione, raggiunto nell’ultima sezione dal nero assoluto, corrisponde paradossalmente un’esperienza di presenza totale. Un buio concettualmente opposto a quello che sigilla Nessun rumore… sssh! (2021), il trittico che Cutini dedica al padre, scomparso nella prima infanzia dell’artista. Se qui il nero sancisce l’irreparabile, evocando l’assenza più radicale, la tenebra di Requie(m), il passaggio più denso e toccante della mostra, è il luogo di un’inversione di senso e di scala, una diastole segnata dalla riemersione della figura e della coscienza purificate. Il respiro dell’immagine torna lentamente a espandersi riconsegnando alla visione un battito vitale, contrassegnato dai frammenti minuti di un’esistenza che si nega all’oblio e si riversa nell’ineffabile e silenziosa persistenza delle cose.

Giorgio Cutini, Nessun rumore… sssh!, 2021

Così, dallo stesso cuore di tenebra affiorano, flebili, alcuni oggetti personali dell’artista – che, come Las cosas di Borges, custodiscono il peso del tempo e della vita di chi li ha posseduti – assieme a figure e reliquie naturali, depositarie di una memoria arcaica inscritta nella durata stessa del mondo. Ma è solo lo sguardo di chi contempla a poterle riconoscere e strappare al buio, a condizione però di abitarle nell’attesa, assecondandone il ritmo segreto.

Giorgio Cutini, Hibiscus, 2024, in Requie(m)

Corpi mossi, contorni evanescenti, dissonanze. Sovrapposizioni, turbamenti, abbagli, lunghe attese. L’occhio è stato giudice, è stato colpevole. Ha raccolto, separato, distorto. Poi si è arrestato. Un’ombra verticale stagliatasi sul vuoto e il tempo attorno: forma eterna radicata nella terra, grembo ospitale. Ha ascoltato il ripetersi delle stagioni, accolto i canti di dolore e di quiete. Due cuori diventati uno, e uno fattosi corrente, battito disperso tra le fibre del cosmo. Infine il collasso: l’ombra avanzata ha assorbito ogni traccia, riconsegnando al buio il tutto da cui è nato. Ma è bastato un palpito…la forma è risorta.

Giorgio Cutini, Amen, 2024, in Requie(m)

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