Giorgio Cutini, Egl'io - Vanità, 2018/2022
Se quest’estate passate per le Marche o aspettate una mostra da recuperare a settembre, Giorgio Cutini. Canto delle Stagioni alla Mole Vanvitelliana di Ancona è una tappa da segnare. Fino al 30 settembre, l’imponente edificio settecentesco sul mare accoglie una ampia mostra dedicata a uno dei protagonisti della fotografia italiana, con le sue immagini dal taglio espressionista, costruite nel chiaroscuro della memoria e dell’interiorità .
Nato a Perugia nel 1947, Giorgio Cutini ha saputo conciliare la precisione del chirurgo con la sensibilità del fotografo. Specialista in chirurgia laparoscopica e robotica, si è inizialmente dedicato alla fotografia scientifica, per poi avvicinarsi alle arti visive grazie all’incontro con Ugo Mulas, esperienza determinante che lo porterà a collaborare con artisti, poeti e intellettuali.
Nel suo percorso è centrale il legame con il Centro Studi Marche e con figure come Mario Giacomelli, Gianni Berengo Gardin ed Enzo Carli. Proprio da questo ambiente nasce nel 1995 il Manifesto Passaggio di Frontiera, che segna una svolta nella fotografia italiana verso una dimensione più concettuale e introspettiva.
Le sue immagini, spesso in bianco e nero, si nutrono di silenzi e assenze, trasformano il paesaggio in meditazione e l’ombra in figura. Ha esposto in numerose mostre in Italia e all’estero, e ha pubblicato importanti volumi come La Vertigine del Movimento (2002), Memografie ed altre storie (2008), Frammenti dei dodici mesi (2010), Poesia dello sguardo (2020) e Del silenzio, per frammenti (2024). Il suo lavoro fotografico è strettamente legato alla poesia e alla parola scritta, come testimoniano le collaborazioni con autori quali Francesco Scarabicchi, Eugenio De Signoribus, Umberto Piersanti, Antony Molino e molti altri.
Curata da Gabriele Perretta, la mostra riunisce oltre 200 opere di Giorgio Cutini, molte delle quali inedite, organizzate in un percorso che unisce introspezione personale e riflessione universale. Dalla serie Inquietudine, in cui la natura travolge ogni tentativo di controllo, a Silenzio, omaggio struggente al padre perduto, fino a Requie(m), visione meditativa tra finito e infinito, la fotografia di Cutini è un viaggio di scoperta.
Una delle cifre distintive di Cutini è la costante ricerca di una solitudine fertile, in grado di aprire spazi di senso. Così in Egl’io, il fotografo si mette letteralmente in dialogo con la natura, con il paesaggio appenninico, con gli alberi come archetipi. Il risultato è una narrazione sospesa tra la luce e l’ombra.
«Giorgio Cutini ha fissato le intensità del grigio, del nero, ma anche gli intervalli armonici, il pensiero senza parole, l’ombra del vento, tenendo sempre la physis come spazio privilegiato per l’osservazione della realtà , oltre che del suo paesaggio agreste. Giorgio Cutini “tratta” il suo lavoro come un manifesto, esponendo le sue convinzioni in maniera diretta, vera e colta, rivoluzionando così il ruolo della fotografia e di quella che oggi, in maniera negativa, è precipitata nel contraddittorio post-fotografico», spiega Perretta.
«Tutto quello che l’autore scatta si identifica con lui, comprendendo nella sua identità anche una fase di compenetrazione col paesaggio, ovvero il geologico, la vegetazione e la terra. Il Canto delle stagioni espositivamente si articola come metafora percettiva nella sua interezza e, al tempo stesso, è anche un viaggio fatto di visioni o di affreschi dell’immaginazione. Il viaggio si ammanta della dimensione dell’infinito, ossia dell’oltre, dell’incommensurabile e del dialogo con l’altro», continua il curatore.
Ad accompagnare la mostra, un catalogo edito da Ephemeria, con testi di Gabriele Perretta, Gilberto Marconi, Flavia Orsati, Enzo Carli e dello stesso artista.
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