ANTONIO LABROCA PERSONAL DIARY 2024 COLLAGE DIGITALE
Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Antonio Labroca.
Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?
«Per quanto mi riguarda la mia rappresentazione dell’arte sta nel seguire quasi totalmente il mio intuito naturale come essere umano. Potrebbe esserci rappresentazione di arte ovunque, l’essere umano in se è per me arte, cosi come la natura e gli animali. C’è però una linea immaginaria molto sottile che appunto oltrepassa la spettacolarizzazione per finire poi nel ridicolo.
Gli umani potrebbero vivere serenamente su questa terra, la natura ha già costruito tutto per ospitarci, ma gli umani s’ammazzano tra loro, fanno guerre per accaparrarsi qualcosa che in fondo in fondo non li appartiene.
Potrebbero essere gli umani stessi una rappresentazione di arte, invece a mio avviso siamo finiti nella pura ipocrisia.
Per me la rappresentazione di arte è qualcosa di materie o immateriale che avviene e che poi muore, poiché è in continuo mutamento. La vita per me ne è l’esempio emblematico della rappresentazione d’arte».
Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?
«La mia identità nell’arte contemporanea è rappresentata dal mutamento stesso del mio lavoro sulle immagini e su me stesso. Non mi sento di appartenere ad un identità di genere o artistica ben precisa; lo trovo riduttivo. Mi ingabbierebbe un ragionamento del genere. Il non essere e non identificarmi mi lascia spazio, come una tela bianca sulla quale poter dipingere ciò che più mi appartiene in un determinato momento».
Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?
«Non conta nulla per me. L’apparenza sociale e pubblica a mio avviso, sono delle etichette, sono come le religioni, o la chiesa. Sono praticamente delle sette nelle quali apparire, appartenere ed identificarsi per il riconoscimento sociale.
L’apparenza sociale è a mio avviso una parola che si è inventato l’essere umano per sentirsi in una safe zone per paura di non essere riconosciuto e sentirsi abbandonato a se stesso. Per paura di ri-conoscersi davvero, per paura di splendere. L’apparenza sociale per me non conta in quanto sinonimo di prigionia».
Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?
«Il mio valore di rappresentazione è unico ed inestimabile, è l’autenticità di essere umano al 100%. Siamo tutti diversi e quindi autentici».
ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?
«No! Bensì mi definisco un artista ai miei occhi che è la cosa che mi rende più felice. Il rapporto che stabilisco con qualsiasi opera, mi rende un artista ai miei occhi perché lo faccio solo ed esclusivamente per me per la bellezza di vedere qualcosa che a me piace. Poi quando va furi dal mio studio non mi appartiene più in realtà non mi è mai appartenuta, sono solo il mezzo che ha servito l’opera stessa.
Se dovessi definirmi un artista agli occhi del mondo, vizierebbe il mio rapporto nei confronti dell’opera stessa diventerei quasi “un commerciante”».
Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?
«Nessun’altra».
Antonio Labroca, nasce in Puglia classe 1982. Artista multidisciplinare, attualmente spazia tra fotografia, direzione artistica di moda, design, scultura e pittura. Nella sua carriera ha toccato ambiti come scenografia, fashion styling, coregia, fashion cool hanting, fashion photography e fashion design, lavorando per brand del settore lusso su territorio internazionale.
All’età di 24 anni si trasferisce a Londra e per circa quattro anni lavora come stylist, e costumista. Dopo pochi anni si trasferisce prima a Firenze e poi a Milano dove inizia una carriera itinerante che dura circa dieci anni nel mondo della moda, occupandosi di consulenze Window/Visual cosi come styling e fashion consulting tra Firenze, Milano, Londra, Stoccolma, Parigi e New York. Da circa sei anni, amante del continuo mutamento, decide di concentrarsi totalmente nella fotografia di moda editoriale sfruttandola come linguaggio della sua arte.
A oggi vive e lavora free lance con base a Milano, occupandosi di direzione artistica e fotografia di moda. Parallelamente fonda un suo personale progetto, di cui è designer e direttore creativo, chiamato ÀFORMA, un contenitore che sfrutta il “linguaggio moda” per comunicare attraverso le immagini i vestiti e la scultura il suo punto di vista estetico nel campo dell’arte.
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