Sea Fist, live performance | Vulcano Island | Volcanic Attitude Festival | 2023
Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Benedetta Panisson.
Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?
«Penso che sia la vita privata che quella pubblica, anche in assenza di social network o di un pubblico, sia fortemene teatralizzata. Spero di mettere in scena, attraverso la pratica artistica qualcosa di talmente intimo da appartenere a chiunque. Mi piace pensare, parallelamente al prendere atto che la spettacolarizzazione di quello che riteniamo uno spazio privato possa essere dissociante, talvolta pericoloso, vi sia anche uno spettacolarizzarsi che rende extra-ordinaria l’ordinarietà, che rende speciale qualcosa che non lo è.
Non sono dell’idea che vi sia una dimensione privata che si collochi dietro a una maschera, e una pubblica che è quella maschera. Non sono neppure dell’idea che nella nostra esistenza vi sia, in fin dei conti, una verità. Intendo la maschera non come qualcosa che copre, ma come qualcosa che amplifica il volto, come le maschere negli anfiteatri nell’Antica Grecia».
Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?
«Onestamente, vedo persone che si identificano con il genere femminile, con il genere maschile, e chi aderisce al non-binary, non identificandosi con i generi convenzionalmente intesi, inoltre vi sono persone che transitano dal genere femminile a quello maschile, e viceversa, vi sono persone che si ritengono biologicamente intersex, ma che non è detto non si identifichino con un genere.
Magari inventassimo quotidianamente generi, ma non è così. Come ricercatrice accademica nell’ambito dei queer e gender studies, parallelamente alla mia ricerca come artista, direi che inventarsi un genere sia un’impresa geniale, liberatoria, colossale. Mi sembra che nei miei lavori io assuma un’identità femminile, di espressione di un corpo femminile, che vi siano tracce di bisessualità, di presenza di attrazione tanto per i copri maschili che per quelli femminili. Per dirla in gergo, ho avuto tanto muse femmnili, quanto maschili. Inoltre, la mia identità artistica amplifica il mio essere isolana.
Credo molto nel valore, anche estetico, di essere nata su di un’isola, e il mare come plasmatore di identità. Ecco, il mare è un elemento molto forte della mia identità nell’arte. Anche l’ironia, quasi giullaresca. E comunque non è che prenda molto sul serio le varie identificazioni che mi caratterizzano».
Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?
«Tantissimo, da sempre. L’apparenza sociale e pubblica che performiamo ritengo abbia un forte impatto sistemico, affettivo, direi ecologico: essere ad esempio, nel nostro apparire, felici o tristi, incazzati o rasserenati, ha un peso enorme. Lamentarci o fare ridere può fortemente modificare la rete e le relazioni che costruiamo nel nostro apparire.
Spesso associo un certo ottimismo al mio apparire socialmente e pubblicamente; e credo che l’ottimismo sia sottovalutato, così come il potere del pensiero utopico, del piacere, del godimento. Credo anche che alcune apparenze sociali e pubbliche pongano una certa dosa di vanità nel pessimismo, nell’utilizzo dello sprezzo, del pessimismo. Solitamente trovo gli immaginari apocalittici ridicoli, più che ansiogeni.
Qualche tempo fa mi è capitato di parlare a un convegno, e ad un certo punto, nei quindici minuti che mi erano stati assegnati, ho fatto esplodere in una risata il pubblico accademico, solitamente in una condizione di silenzio e ascolto profondo. Sono soddisfatta di avere fatto ridere, lì dove la risata non è convenzionale».
Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?
«Per certo non mi affanno alla ricerca del nuovo. Ragiono più in termini di costante riassemblaggio di elementi che talvolta, nel ricombinarsi insieme, possono stupire. Credo anche che il valore di rappresentarsi aumenti esponenzialmente quanto minori siano le possibilità di porsi in rappresentazione. Rappresentare qualcosa che si ritiene impossibile è di gran lunga più valoroso che il mettere in scena dove si è andati in vacanza ad agosto. Mi sembra anche che l’affannosa ricerca di una nuova identificazione del sé, cito le tue parole, sia spesso più il frutto della fretta e del consumismo, dello stropicciare un privilegio, che di un procedimento creativo. È un lusso la possibilità di rappresentarsi».
ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?
«Sì, e generalmente mi identifico anche con i cliché che si attribuiscono alle artiste e agli artisti».
Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?
«Da piccola dicevo che volevo fare la fotografa degli animali. Ho sempre voluto essere fotografa, come se percorressi una linea retta. E questo sono. Questo ovviamente può risultare noioso. Il fatto che qualcuno mi ascolti e osservi quello che faccio, dedichi tempo a quanto produco e lo sostenga, mi sembra ancora una volta un privilegio enorme, un dono di cui sono sempre grata. Essere un’identità culturale e pubblica mi sembra già oltre ogni mia aspettativa, se con identità pubblica e culturale intendiamo avere la possibilità di condividere le proprie ricerche all’interno di un circuito. Desiderare di essere un’altra oltre a questa, mi sembra eccessivo. Forse mi sarebbe piaciuto essere una nuotatrice professionista, specializzata in nuoto in acque libere. O essere un cane».
Benedetta Panisson (1980, Venezia) è un’artista visiva che lavora con la fotografia, il video e la performance, intrecciando la pratica artistica con la ricerca accademica. Si concentra sulle relazioni tra corpi e paesaggi marini e insulari e su come queste relazioni producano una proliferazione di immaginari sensuali ed erotici. Essendo lei stessa isolana, attraverso un’estetica fatta di tropi marittimi, si avvicina alle comunità, alle intimità e alle pratiche sensuali.
È impegnata in una ricerca di dottorato presso la Durham University (UK), tra visual e queer studies, incentrata sugli immaginari fotografici sensuali umani e animali in paesaggi insulari e acquatici, dopo una laurea in Storia dell’Arte all’Università Ca’ Foscari di Venezia e un master in Arti Performative all’Accademia di Brera. Ha esposto in musei, gallerie e istituzioni internazionali. In Italia è rappresentata dalla Galleria OPR di Milano.
Tra le sue partecipazioni: Onassis Cultural Centre (Atene), Contingent Movements Archive (piattaforma del Padiglione Maldive, 55a Biennale di Venezia), TEA, Museo d’Arte Contemporanea di Tenerife ( Spagna), UNESCO/COAL Prix (Parigi), Cambridge University, Fondazione Bevilacqua la Masa, Royal College of Art (London), International Prize for Performance (Centrale di Fies), Der Greif, Centre International des Récollets, Furla Art Award, Project Space Berlin, Milano-Bicocca University, Centro Pecci, International Sarajevo Winter Festival, La Guarimba Film Festival (Italy), Care of (Milan), Phroom, Antennae Journal.
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