Categorie: Fotografia

Other identity #7. Altre forme di identità culturali e pubbliche: intervista a Sebastian Klug

di - 29 Aprile 2022

Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica “OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche” vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana abbiamo raggiunto Sebastian Klug.

Other Identity: Sebastian Klug

Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?

«La mia rappresentazione d’arte è basata su sfumature. Un’ opera che mi interessa deve mostrare qualcosa che era invisibile prima, pero mai completamente. Deve creare il mio interesse, mi deve far volere sapere di più, deve attivare la fantasia. Arte però funziona su vari livelli, conta anche l’estetica, il solletico visuale. Una idea affascinante non basta, vuole anche essere raccontata».

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?

«Difficile da dire, per me identità non sono fisse, sono sempre in flusso. Un’ identità si sviluppa come tutta la persona, ci sono solo stati temporanei. Se parliamo di caratteristiche però direi che restare sveglio e aperto in confronto ai sviluppi politiche e socio-economiche di nostra società è importantissimo».

Sebastian Klug, Kunstlabor2, Installation, 2021

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?

«Personalmente non ci tengo a una apparenza onnipresente, ho bisogna dello spazio privato. Però non bisogna sottovalutare l’influenza che ognuno di noi ha, non bisogna mai pensare che il proprio voto non conta. Anche se stiamo stanchi di certi discorsi c’é bisogno di prendere posizione, di mostrare solidarietà».

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?

«Come vedo l’identità come un processo fluido vorrei vedere anche la rappresentazione come testimone del cambiamento. Il valore è nell’influenza che l’arte può avere per noi oggi, indipendente dal medio, sia come testimone, riferimento o visione».

Sebastian Klug, Kunstlabor2, Installation, 2021

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un artista agli occhi del mondo?

«Sì. Anche se la mia socializzazione e il mio linguaggio artistico sono fondati in Europa, vedo la mia arte accessibile e le tematiche che tratto universale».

Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?

«Ho radici culturali un po’ in tutta l’Europa e un piede in Sudamerica. Una visione da fuori mette in dubbio i convinzioni e rende sensibile per altri prospettive. Insomma, è un ottimo punto di partenza per creare, sia nel arte contemporanea o per altre medie».

Portrait Johannes Stelling, Installation, 2021

Biografia

Sebastian Klug è un fotografo tedesco con sede a Berlino. Ha iniziato a utilizzare la fotografia mentre studiava architettura e dal 2008 ha cominciato la sua attività espositiva. Il suo lavoro è stato presentato al Festival Europeo del Mese della Fotografia di Berlino nel 2010 e in diverse sedi e città tra cui Cottbus, Udine, Venezia, Amsterdam, Helsinki, Copenaghen, Londra e Oklahoma.

Sebastian Klug, RITRATTO

Dopo aver trascorso un anno all’estero, all’Università IUAV di Venezia, ha sviluppato un forte interesse per il disegno e la fotografia, successivamente si trasferisce a Berlino dove termina i suoi studi e inizia a lavorare su un progetto di documentario personale.
Esplora la città di notte, usando il suo cellulare al posto di una macchina fotografica. Questo dispositivo low-fi registra immagini con atmosfere piene di “rumore” e grana, trasformando la realtà in una versione sonnambolica e onirica di se stessa, avvicinandosi così alla particolare percezione sia del fotografo che dei suoi protagonisti.

La sua pratica spazia tra i vari campi della fotografia, dalla foto in studio all’installazione. Il suo approccio alla fotografia emerge dalla genuina volontà di documentare il suo reale, sperimenta mentre esplora la vita notturna della sua nuova casa preferita, Berlino. Usare un Cellulare Nokia 6300 in condizioni di scarsa illuminazione, crea un suggestivo diario visivo che mescola la grana, il rumore e i colori strani delle immagini del suo telefono con quelle del suoi incontri notturni.

Sebastian Klug, Mann im Feld, 2018

Come architetto esperto, Klug cerca di combinare l’interesse per la modellazione scultorea con la sua passione per la fotografia. Ha creato una tecnica che combina due stampe fotografiche tagliandole intrecciandole in un ibrido tridimensionale tra un’immagine e un oggetto. In questo modo le sue fotografie possono crescere installazioni nello spazio e enfatizzare gli aspetti materiali del potenziale dell’immagine. Come parte della sua messa in scena giocosa della carta, estrae strisce dal tessuto e crea onde a rilievo, strutture.

Altri pezzi combinano le stampe con materiali come lamine o tessuti, o giocano con la prospettiva dell’immagine, tagliando la fotografia verso il punto di fuga e spostando le strisce lungo le linee prospettiche. Di conseguenza, l’immagine viene distorta e pixelata manualmente, questa pratica si pone alla base della formazione delle sue immagini digitali.

Oltre ai suoi oggetti intrecciati che fanno oscillare l’attenzione dello spettatore tra le caratteristiche del materiale e del contenuto dell’immagine, trova un modo per uscire dal formato classico della fotografia nelle sue installazioni e di entrare in uno spazio tridimensionale molto più libero.

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