È il 1940, l’Italia sta per entrare in guerra. Sensibile alla tutela dei beni artistici, il ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai promulga una legge che ha per scopo la protezione del patrimonio storico-artistico in caso di eventi bellici: tutte le opere di interesse nazionale, considerate in pericolo, andranno conservate in un luoghi sicuri. La Soprintendenza della Venezia Giulia e del Friuli sceglie a questo scopo la celebre Villa Manin di Passariano, attuale sede regionale per l’arte contemporanea.
Inizieranno così ad affluire, nella residenza del doge veneziano, decine e decine di opere provenienti dai territori circostanti (compresa l’Istria e la Dalmazia, allora politicamente italiane). Ma nel ’43, con l’aumento delle difficoltà militari proprio sul fronte est, il luogo non è più considerato sicuro: si è allora costretti a decidere di restituire le opere ai legittimi proprietari che ne facciano richiesta. Alcune casse prendono però un’altra strada e giungono a Roma, nel ‘48, dove rimarranno ospitate, ancora imballate, a Palazzo Venezia.
Sarà solamente nel 2002, quando il Sottosegretario ai beni Culturali Vittorio Sgarbi dà il consenso alla loro apertura, che si riscopriranno questi tesori poco conosciuti o ritenuti dispersi. Si deciderà allora, grazie anche al sostegno del ministero, delle soprintendenze e delle associazioni dei profughi istriano-dalmati, un piano per il restauro e lo studio delle opere che culmina, oggi, con l’esposizione presso il capoluogo giuliano.
La mostra si apre con la tela celebrativa di Vittore Carpaccio (1465-1525ca) che racconta, con lo stile narrativo ricordato anche nella recente mostra presso l’Accademia di Venezia, l’Entrata del podestà Sebastiano Contarini nel duomo di Capodistria. Il punto di vista è quello del vescovo che attende il politico dall’interno della chiesa, come evidenziato dalla presenza degli stipiti, mentre la solennità del momento è rafforzata dalla presenza dei membri del Maggior Consiglio in veste nera disposti quasi a cerchi alle spalle del podestà. Seguono tre olii di Benedetto Carpaccio (doc. 1530-1560), figlio di Vittore e molto meno dotato del padre, che dimostra tuttavia buone doti coloristiche e realizza una Madonna col bambino tra i santi Lucia e Giorgio dalla felice composizione. È invece una nuova attribuzione la manierista Annunciazione di Matteo Ponzone (1583-post1663), erroneamente assegnata a Palma il Giovane mentre la Madonna delle Cintola del Tiepolo (1696-1770) è una sorpresa per pubblico e studiosi poiché dal 1940 se ne erano perse le tracce. Notevole per l’impatto visivo è il Cristo dolente in legno di tiglio dipinto di Francesco Terilli (1552-?) e deliziosi i bronzi di Tiziano Aspetti (1565-1607), tra i quali spicca il Picchiotto con Venere e Amorini.
Il cuore della mostra, che si fa notare per un riuscito allestimento con pannelli esplicativi inclinati disposti a circa un metro di altezza (che favoriscono la leggibilità delle didascalie ed evitano di far avvicinare eccessivamente il visitatore alle opere) è però al centro delle sale, in cui sono esposti due immensi lavori di Paolo Veneziano (doc.1333- ante 1362), forse elementi di un unico polittico su tavola che racconta con la preziosità dell’oro nascita e crocifissione. La resurrezione invece, è quella di tutte queste opere istriane restituite al piacere della vista.
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Sono opere che vanno valorizzate e fatte vedere in tutta l'europa per capire che la storia e la cultura italiana era sempre in qulla terra d'istria dove si è sempre condiviso la civiltà e la moralità della pluri identià senza mai dimenticare che le radici di qulle genti erano italiche.