Categorie: Giro del mondo

Diario Indiano/2

di - 30 Dicembre 2017
I villaggi indiani. È nei villaggi che si scopre la vita vera dell’India, nuclei abitati da 500 a 2mila anime. Qui le persone vivono con poche cose, intere famiglie condividono una sola stanza, spesso adibita con una cucina in un piccolo angolo – un fuoco a terra e qualche pentola sempre pronta a tenere in caldo il latte o il pane fatto in casa (il chapati) – con due abiti e qualche coperta per trascorrere la notte. Nulla più, se non un piccolo spazio per accogliere anche le capre quando cala il sole, fedeli animali “domestici” che ogni famiglia nei villaggi del Nord possiede.
Nelle periferie di tutto il Rajasthan i villaggi sono una realtà diffusa e molto complessa: sono luoghi di vita lontani dalla realtà che conosciamo, fatti di piccole cose e di tempi di attesa incomprensibili.
Nei villaggi ancora oggi i matrimoni sono spesso combinati sin dall’età infantile (un bambino a 3 anni può essere già sposato), i figli hanno la sola opportunità di svolgere la professione del padre o della madre, e il problema più significativo, che ricade sull’opportunità dei giovani di poter scegliere il proprio futuro, è il basso o quasi nullo accesso all’educazione.
Nel viaggio che mi ha portato da Jaipur a Udaipur, da Jodhpur a Jaiselmer, appena fuori dalle urbanità, i villaggi abitano foreste, zone rurali o desertiche. Ed è proprio in queste comunità che dal 2012 il team di Art Junction Residency (Udaipur) sta lavorando per portare progetti artistici itineranti nei villaggi, con la finalità di incoraggiare la conoscenza di bambini e famiglie attraverso pratiche partecipative. La progettualità è Sowing Seeds, per la quale ogni anno uno o più artisti da tutto il mondo sono invitati a lavorare con le comunità – con workshop, performance e installazioni – dove l’arte è motore per l’educazione e per la sensibilizzazione alla libertà di pensiero. Sono molte le persone, tra cui diversi artisti, che mi hanno testimoniato l’urgenza di aprire un dialogo con i giovani che vivono in questi contesti; alcuni di loro sono fuggiti, rifiutando le imposizioni figlie di quel sistema che ancora oggi vige nell’India tutta: le caste. Una malattia gerarchica che riconosce il valore delle persone attraverso la loro appartenenza sociale (addirittura i cognomi degli indiani rendono evidente la casta di provenienza) e che deriva dal culto religioso induista: severo fino a rendere le persone più povere, sino a poco tempo fa, “intoccabili” a causa della loro esclusione dal sistema castale. E nonostante la nascita del Buddhismo e del Jainismo, religioni ateistiche che non condividevano la verticalità gerarchica dell’Induismo, e nonostante oggi tale sistema sia stato abolito, è ancora una macchia nera sotto la pelle della società, quella stessa che impone restrizioni e esita nelle disuguaglianze. E mi chiedo: come si è potuta radicare e arrivare fino a qui?
L’arte è da sempre strumento nelle mani dei “potenti”, delle religioni, dell’educazione, del proselitismo, questo nel mondo occidentale come in quello orientale; e in India, già nella realizzazione delle pitture antiche, per fare un esempio, si rintraccia chiaramente il principio del sistema castale: misconoscenti della prospettiva dell’arte occidentale, le maestranze antiche usavano una prospettiva “gerarchica” nella quale erano le dimensioni delle figure a denotare l’appartenenza sociale o divina di imperatori, dei e sacerdoti, dai quali discendono le caste odierne.
Grandi teste di re emergono sopra quelle piccine della plebe…e delle donne, esseri considerati sfortunati e che sembrano parte di un mondo misogino. Osservando queste miniature, realizzate centinaia di anni fa, la sensazione che emerge non è poi tanto diversa se confrontata con quella che si percepisce dinnanzi alla situazione più attuale, in cui la divisione castale regola le relazioni e la vita delle persone come una scala impraticabile che, da terra, sale verso il cielo.
Ma se l’arte contemporanea qualcosa può favorire oggi, con il linguaggio orizzontale di cui può essere capace, e con il suo potere di abolire i confini, è tentare di offrire occasioni significative di ri-costruzione, crescita e cambiamento per la ricerca di una nuova prospettiva, anche sociale. Dunque Sowing Seeds!, restiamo in attesa che i semi piantati portino alla nascita di nuove percorsi di vita.
Ora è tempo di spostarsi. La mia guida a destra, indice di preoccupazione dei referenti occidentali, è quasi testata…in India non può mancare un po’ di follia. Pronti, ripartenza, via!
Francesca Ceccherini
30/12/2017
* L’incontro con Art Junction Residency inizia nella facoltà di arte dell’Università di Udaipur: all’arrivo è in corso lo Youth Festival, una manifestazione dedicata alle arti visive, alla danza e al teatro dei giovani studenti: danzatrici classiche, artisti impegnati nella lavorazione di installazioni all’aperto, performance contemporanee di uno strano sapore indiano.
In alto e in homepage: Sowing Seeds, Bindia, 2015 Lalit Choudhary and Bhupat Dudi, Sarecha Village, Jodphur, India ph. L. Choudhary

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