Categorie: Il fatto

Alla ricerca di una “cornice”

di - 16 Luglio 2016
Dopo i fatti di Nizza l’opinione pubblica si divide. C’è chi parla di complotti, chi per cui l’Isis è una invenzione dell’Occidente, chi parla ancora di “guerra di religione”, chi si sente pronto per un bombardamento nucleare. Di chi? Quando? Come? Perché?
Fa riflettere il fatto che, anche gli attentori di giovedì 14 luglio, pare fossero “figli della Francia”, di quel Paese che – evidentemente – qualche colpa nella formazione, visto che non tutto passa dalla famiglia, anzi, ce l’ha. E forse, per alcuni, la favola del martirio è l’unica, e l’ultima, spiaggia del riscatto.
Qui però lasciamo il discorso e ci spostiamo sul tema che solleva “Vita”, e che forse dovrebbe essere indagato ben più a fondo a partire dalla nostra classe politica, che riguarda “Il cambiamento nel modo di relazionarsi con la vita, nel guardare le cose in modo proattivo”.
Il motivo per la disquisizione è dato dal tragico rapporto ISTAT riferito all’anno 2015, che censisce 4 milioni e 598mila le persone in povertà assoluta, il dato più alto dal 2005. Stranieri, e al Nord, restano i nuclei più colpiti, nei luoghi dove è più forte la forbice sociale, e dunque – potenzialmente – anche il conflitto.
La soluzione? Secondo la giornalista Sara De Carli si tratta di una sfida tra territori e i loro servizi sociali: “A fare la differenza saranno le condizioni infrastrutturali create dai servizi per permettere ai professionisti della relazione di aiuto di fare realmente un lavoro di qualità nell’incontro con le persone”.
Già, le persone queste sconosciute verrebbe da dire. Con la loro storia e con le loro possibilità; le persone che mancano non tanto di “accoglienza” ma di educazione, prima che di integrazione, le persone che necessitano di passi condivisi, le persone che invece – e qui torniamo a temi caldi, come quello dei migranti – che non possono accontentarsi di essere lasciate “in pace” in un Paese straniero, a dormire sotto un ponte.
Perché non dobbiamo permetterlo noi, perché va contro la nostra dignità di cittadini civili, se davvero vogliamo esserlo. Perché in fin dei conti la povertà minorile, quella delle famiglie italiane adottive e adottate, non è molto diversa dall’integrazione. Vera, e non basata su qualche test. E che ancora spaventa, e crea i disastri che conosciamo. E che ci dovrebbe differenziare dal mantra populista del “Se noi andassimo, ci facessero…”. Un lavoro enorme, molto più lungo di ogni guerra conosciuta. (MB)

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